Trasmettere, tramandare, trasgredire

RILEGGERE LA STORIA DELLA PROPRIA COMUNITA’

Roberto Mauri

E’ ancora fecondo il rapporto tra parrocchia e territorio? Possiamo sostenere che la presenza di una parrocchia nella zona in cui si vive sia ritenuto un elemento qualificante del tessuto sociale?

In molti casi si può ancora dire di sì, in altri la risposta non è più così scontata così come si potrebbe ritenere. Benché infatti, la maggioranza degli italiani (56%) continui ad apprezzare il ruolo della parrocchia, una consistente minoranza (35%) ritiene che la vita del quartiere/paese non risentirebbe della eventuale chiusura della parrocchia stessa (F. Garelli, Gente di poca fede, Il Mulino, 2020). Ma l’aspetto che fa più riflettere è che, in poco più di vent’anni, coloro che non percepiscono gli ambienti ecclesiali come presenza utile e feconda per il contesto in cui operano sono grandemente aumentati, passando dal 15% del 1994 al 35% nel 2017.

Sembra dunque che il legame tra parrocchia e territorio si stia consumando o per lo meno modificando in modo evidente, un fenomeno che la nuova relazione con lo spazio creata dalla cultura digitale accentua e accelera in maniera irreversibile, specialmente tra le giovani generazioni. Non per caso, la recente Istruzione della Congregazione per il Clero “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa” (luglio 2020) evidenzia come

“la mera ripetizione di attività senza incidenza nella vita delle persone concrete, rimane uno sterile tentativo di sopravvivenza, spesso accolto dall’indifferenza generale. Se non vive del dinamismo spirituale proprio dell’evangelizzazione, la parrocchia corre il rischio di divenire autoreferenziale e di sclerotizzarsi” (n.17)

L’ESIGENZA DI RILEGGERSI

Cosa oggi può allora rendere nuovamente fertile la relazione tra le forme in cui la comunità cristiana si presenta (parrocchia, oratorio, comunità religiosa, organi diocesani …) e la ‘vigna del Signore’ (il territorio, i luoghi, le persone) che è chiamata a coltivare, e come?

Tra le diverse ipotesi e proposte che possono essere date ne vogliamo evidenziare una non adeguatamente valorizzata: la capacità e volontà di operare di ‘rileggere’ sapienzialmente la propria storia da parte delle comunità cristiane.

Ma cosa significa e come si attua questa ‘rilettura’ della propria vicenda terrena, ad un tempo umana e pastorale?

Prendiamo spunto a questo proposito da un bell’aforisma di Gabriel Garcia Marquez, ovvero che “la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.

Questa frase ci consente anzitutto di cogliere come l’azione di rileggere non corrisponde affatto all’ingenua convinzione di rievocare dei fatti, semplicemente mettendoli in fila, in ordine secondo il loro accadimento. Non riguarda il chronos, il tempo che scorre (mettere in ordine una sequenza di fatti) ma il kairòs, il tempo propizio (cogliere i segni della grazia nella propria vicenda storica)

RILEGGERSI: IL RISCHIO DI UNA CONVERSIONE

Rileggere la propria storia e ancor più quella della nostra comunità è una scelta attiva e consapevole che determina non soltanto l’avvenire ma cambia il passato, impedendogli di fissarsi incarna il momento di una possibilità nuova che apre alla libertà (non essere prigionieri del passato) ed accoglie il rischio (abitare il futuro con fiducia). Una scelta coraggiosa che comporta andare oltre il flusso indistinto dei fatti, per individuare punti di riferimento (ricordi), così da tracciare e percorrere rotte molteplici e differenti(racconti).

Rileggere la propria storia personale e comunitaria comporta l’accettare un rischio, dal momento che ‘rileggersi’ non è mai ‘ripetersi’ ma interpretare (livello cognitivo) e rielaborare (livello emotivo): in questo senso ogni rilettura autentica apre ad una autentica ‘conversione’.

E’ questa capacità e volontà di rileggere che apre alla libertà e ci riscatta dall’essere prigionieri del nostro passato, come acutamente richiama Anne Dufourmantelle, filosofa e psi­canalista francese, morta tragicamente in mare a 53 anni mentre cercava di salvare due bambini dall’anne­gamento, per la quale prendersi il rischio di rileggersi rappresenta

“un ‘trauma positivo’, il contrario della nevrosi, il cui marchio di fabbrica è prendere al laccio l’avvenire in modo da plasmare il nostro presente secondo la matrice delle esperienze passate, non lasciando alcun posto all’inedito, anche infimo, che apre una linea d’orizzonte”

Anne Dufourmantelle

Rileggere è portare a compimento la propria ‘destin-azione’, ovvero il compiersi del proprio ‘destino’ attraverso la propria ‘vocazione’: una azione, un compito, una responsabilità che trasforma la sequenza (di vita) in percorso (di vita). Possiamo così aggiungere che l’azione-compito-responsabilità del ‘rileggere’ rimanda ed è frutto dell’esercizio di discernimento, come pure alimenta il discernimento personale e comunitario.

TRASMETTERE, TRAMANDARE, TRASGREDIRE

Oggi è sempre più prezioso ed importante per la comunità cristiana poter operare una rilettura della propria storia (di salvezza): una comunità che non si pone in questa prospettiva di ascolto-discernimento-conversione rischia seriamente di ‘perdere il sapore’, deperire fino a diventare insignificante, come si è visto.

Cosa significa rileggere oggi la propria storia comunitaria? In estrema sintesi ciò significa compiere un viaggio: il viaggio, tanto importante quanto delicato tra tradizione e origini, evitando di confondere questi due aspetti. La rilettura sapiente consiste proprio in questa capacità di distinguere da un lato la ‘tradizione’, ovvero l’operare scelte di ripetizione e di ricostruzione che attingono al passato, dalle ‘origini’ che invece consentono di definire una trama storico-affettiva, alla ricerca di nuove connessioni e differenze tra tempi e luoghi. Si parte dal voler individuare e sciogliere i ‘vecchi nodi’ per fare dei ‘nuovi nodi’. Quando questo viaggio è ben condotto, accade di riuscire a ‘far fiorire il deserto’, suscitare germogli e forme di vita tanto inattese quanto promettenti.

Il viaggio tra tradizioni e origine comprende tre aspetti, il ‘trasmettere’, il ‘tramandare’ ed il ‘trasgredire’, ognuno dei quali richiede un attento discernimento comunitario per evitare rischi opposti.

  1. TRASMETTERE

Questo aspetto riguarda le azioni inerenti i beni, ovvero le eredità e lo status (livello) comunitario, sia materiali che immateriali (valoriali, spirituali, culturali …). Saper ‘trasmettere’ comporta trovare il punto di equilibrio tra ‘possesso’ ed ‘esclusione’.

Quanti litigi avvengono nelle nostre comunità perché non si è in grado di rileggere il senso di questo ‘trasmettere’. A volte infatti prevale la tendenza al ‘possesso’: in tal caso le varie ‘generazioni comunitarie’ sono totalmente prese dalla dinamica del controllo dei beni: “questo non si tocca”, “è stato lasciato a noi”, “questo è nostro” ….

Sul polo opposto, proprio perché qualcuno ragiona in termini di ‘possesso’, altri vivono l’aspetto del ‘trasmettere’ sentendosene ‘esclusi’: quando ciò accadde, i membri della comunità si sentono messi ai margini, confinati, ‘diseredati’ come effetto dell’esclusione dai beni della comunità. Per questo percepiscono la comunità come ‘sterile’ ed ‘avara’: “non ci hanno lasciato nulla”, “non mi ha trasmesso niente”…

Una valida rilettura del ‘trasmettere’ consente invece di riconoscersi reciprocamente come ‘co-eredi’: ciò significa attivare processi di negoziazione, sapere gestire il disaccordo. Altrimenti la comunità non opera una adeguata ‘trasmissione’ tra le generazioni, non si rilegge e non si converte.

2. TRAMANDARE

Questo aspetto riguarda il nome, le origini, le somiglianze, la genealogia. Molte parrocchie si tramandano riti, consuetudini pastorali, feste, stili celebrativi.

Anche il processo del ‘tramandare’ presenta dei rischi: il primo è quello dell’immobilismo, ovvero una scorretta rilettura della ‘fedeltà’ che porta a rifare sempre tutto uguale, così che la ‘nuova comunità’ si ritrova ad essere una copia, una replica, il ‘doppio’ della comunità precedente. Venire da ‘quella’ comunità corrisponde a restare sempre e solamente di quella, impermeabili ad ogni tentativo di riorganizzazione o unione.

All’opposto il rischio è quello della ‘insignificanza’: quelli che hanno ‘perso il nome’, privandosi così del desiderio e la capacità di generare e così diventano autogenerativi, chiusi in loro stessi, fino alla pretesa di autosufficienza. Per non voler assomigliare a nessuno, diventano ‘nessuno’, insignificanti.

Occorre al proposito alimentare una rilettura che salvaguardi distinzione e desiderio di continuità, facendo opportuna memoria degli ‘antenati pastorali’, coloro che hanno costruito la comunità nel tempo, attraverso il rinnovamento dei legami e la creazione di nuovi legami vitali.

3. TRASGREDIRE

Riguarda la capacità e volontà di rompere gli schemi, cambiare le regole, disobbedire al ‘si è sempre fatto così’. In questo modo si rende possibile trasformare il ‘destino infausto’ di una comunità in nuova vocazione.

Il rischio da un lato è arrendersi ad un ‘destino bloccato’, ovvero ripetere sempre gli stessi errori, credere di non poter superare i soliti difetti che rendono anti generativi. Dall’altro il rischio è quello di rimanere privi di destino, ovvero un ‘destino assente’, mancante delle necessarie risorse e legami significativi

Si tratta al riguardo di recuperare risorse simboliche: fiducia, speranza, giustizia. Perseguire queste virtù richiede e incoraggia la giusta e doverosa rilettura trasgressiva.

Beate le comunità che rileggono sé stesse e la loro storia: riceveranno il dono di «fare nuove le cose» (Ap 21,5).

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