Un addio è per sempre

EMMAUS: ARRIVI E PARTENZE #2

don Sergio Carettoni

Prosegue il racconto di Emmaus narrato dal compagno di Cléopa. La scelta di uscire da cenacolo, aggirarsi tra le mura della città per intraprendere un cammino carico di domande, ricordi, paure ma anche di soprese.

2.

Non ci sono stati accordi da prendere. Al mio “vengo io con te!” Clèopa si è voltato verso di me, mi ha fissato per un secondo e poi con il capo mi ha lanciato un cenno di approvazione. Nessuno dei presenti ha detto qualcosa, un commento, una parola di richiamo, o fatto un gesto di disapprovazione, un invito a desistere, a ripensarci ancora. Niente. Forse avrebbero anche voluto convincerci del contrario, magari di restare ancora un po’, ma era chiaro a tutti che nessuno aveva motivi validi per frenare la nostra decisione di andarcene via.

Il cenno di Clèopa per me è stato più che sufficiente per iniziare a raccogliere a mia volta la bisaccia, le mie cose e l’inseparabile mantello. Il bastone mi attendeva all’angolo della stanza, vicino alla porta d’ingresso del Cenacolo, ancora sbarrata da due giorni. Dalla sera del venerdì nessuno più vi era entrato; nessuno fino a quel momento ne era uscito.

Ci siamo alzati insieme, senza perdere altro tempo, per condividere un viaggio di ritorno e un punto di arrivo sottinteso da entrambi, Emmaus. Sì, ci siamo alzati senza slancio, senza entusiasmo; semplicemente per andarcene via da Gerusalemme, convinti che certe partenze si fanno insieme; e questa era una partenza da fare così, minino in due.

Prese le nostre cose, impugnato il bastone, ci siamo diretto verso la porta del Cenacolo. Su di noi gli sguardi di molti e il silenzio di tutti. Da una parte avrei voluto voltarmi e dire “Ci si vede presto”, ma sentivo che non era proprio il caso. Un’altra volta sarebbe stato un saluto normale, come si fa tra amici in entrata e in uscita. Ma dire “Arrivederci” quel pomeriggio non aveva più alcun senso. Per quanto smarrimento stavo provando in me in quell’istante, mi era chiaro che quell’uscita dalla stanza era anche un’uscita dal gruppo; come mi era altrettanto chiaro che non ci sarebbe stato più alcun ritorno. Un vero addio è per sempre.

Appena fuori dal Cenacolo ecco una piacevole sensazione. Da pochi giorni non era più freddo. Quel pomeriggio l’aria era tiepida, avvolgente, come quando, dopo una lunga stagione fredda, sono tiepidi e delicati i primi raggi di un nuovo sole. Almeno per la natura quello era l’inizio di una nuova primavera. Non so se fosse stato così anche per Clèopa, ma grazie a quel gradevole tepore subito mi sono sentito attraversato da un positivo brivido di vita. Dopo giorni e notti in cui ho visto e toccato con mano che cosa lasciava dietro di sé la morsa fredda e mortale della cattiveria e della violenza umana, del tutto inaccettabili contro Gesù, quell’aria tiepida iniziava a impossessarsi di me ogniqualvolta un nuovo respiro, profondo, caldo, entrava in me e riabitava il mio petto e riscaldava la parte dentro della mia pelle.

Per raggiungere la strada principale occorreva fare alcuni passi, non molti. La casa del Cenacolo era in fondo a un vicolo cieco, tranquillo e silenzioso. Poco distante ecco apparire di fronte a noi l’imponente cintura muraria della città. Qui le persone erano molte, tante, come formiche intente nel loro andare e venire, avanti e indietro.

Quei primi passi li facemmo in silenzio, avvolti e sospinti da un vento leggero che ci invitata a lasciarci trasportare via dal suo delicato incoraggiamento. Ma più che rapiti dalla poesia e dal fascino intramontabile della città di Gerusalemme, e dalla bellezza della natura sperimentabile a pelle nella nuova stagione dai mille colori e dagli infiniti profumi, in quel momento la scelta importante da fare era quale via prendere per uscire senza pericolo dalla città e per iniziare finalmente il viaggio di ritornare a casa.

Alla fine del viottolo che conduceva al Cenacolo, giunti all’incrocio con la strada principale, che da secoli costeggia e accerchia le mura di Gerusalemme, la scelta era se svoltare a destra oppure nella direzione opposta. Non era solo una questione di preferenza, ma di necessità e di scaltrezza. Bisognava non perdere troppo tempo e allontanarsi subito dalla zona del Cenacolo, dove avevamo soggiornato per giorni. Era stato quello il nostro punto base per tutto il tempo delle celebrazioni per la festa di Pasqua. Ora quel luogo si era trasformato in un problema e costituiva un pericolo per noi e per tutto il gruppo dei seguaci del Nazareno; lì ci potevano trovare, lì potevamo essere riconosciuti suoi discepoli, arrestati e, magari, anche condannati a morte come lui.

Appoggiati ciascuno al suo bastone, dentro un soffio di alcuni secondi iniziammo a considerare quale strada scegliere. Tenendo come punto di partenza il luogo dove ci trovavamo, nella parte sud-ovest della città, le opzioni possibili erano due: o attraversare il centro della città, oppure percorrere la via più lunga, e forse meno pericolosa, costeggiando cioè a sinistra o a destra la cinta muraria di Gerusalemme.

Senza guardarci negli occhi, però, senza incrociare lo sguardo dell’altro, ognuno ragionava e diceva a modo suo, ognuno fissando il suo orizzonte lontano, o qualche particolare delle grosse pietre della cinta muraria lì di fronte, oppure qualche persona che vi camminavano accanto. Lo scambio delle parole tra noi era deciso, fermo, quasi brusco; e questo mi suscitava dentro una sensazione strana, del tutto nuova per me, come quando capita di guardare e di fissarsi su qualsiasi cosa attorno pur di non incrociare lo sguardo della persona con cui si sta parlando. Eppure, il Maestro ci aveva insegnato il contrario. Lui ci aveva chiesto di trovare la propria strada dentro gli occhi delle persone, poiché negli occhi degli altri non c’è solo il riflesso del cielo e del mare, ma anche quello del fuoco e del sentimento, il senso del bello e del positivo e, alla fine, la passione per un sentiero che ogni volta si può scegliere di condividere e di percorrere insieme.

Da sempre, la scelta di quale strada prendere per iniziare un viaggio è ogni volta una decisone da ponderare con calma e da calcolare con altrettanta precisione. Quel pomeriggio, però, non poteva essere così. Non c’era altro tempo da rallentare dentro un’attesa.

Da poco era passata l’ora nona e dovevamo decidere subito per quale via raggiungere la Porta di Erode, che si trovava all’esatto opposto di dove eravamo noi in quel momento, sul lato nord-ovest della città. Era quello il luogo di ritrovo e di partenza per il nostro viaggio di ritorno a Emmaus. Essendo noi ancora a sud di Gerusalemme, non potevamo dilungarci oltre e perderci in inutili ragionamenti. Una volta giunti là, là avremmo poi cercato di vedere a quale gruppo di pellegrini sarebbe stato possibile unirci anche noi.

Ogni anno, durante le giornate immediatamente seguenti la fine delle celebrazioni pasquali, erano moltissimi i pellegrini che si raccoglievano alle diverse porte della Città santa per organizzare il loro viaggio di ritorno a casa. Via via, in modo spontaneo e diverso al tempo stesso, si componevano centinaia di comitive, formate da pellegrini, da viandanti e da commercianti insieme, ciascun partecipante con la sua direzione e la sua meta, vicina o lontana, alla volta di casa o di un’altra città dove fermarsi poi per stringere nuovi affari.

Anche se molte strade del governatorato erano presidiate e controllate da numerose postazioni di soldati dell’Impero di Roma, non si viaggiava mai soli. A tutti era sconsigliato spostarsi da soli da una città all’altra, attraversando villaggi e regioni semi deserte, o viaggiando lunghi percorsi e sentieri per nulla sicuri. Per paura delle altrettanto numerose bande di predoni, appostate e nascoste lungo la sinuosità delle strade, i pellegrini si univano tra loro, ad altri viaggiatori solitari, a qualche piccola comitiva di commercianti, tra nuclei familiare e a gruppi più rassicuranti di amici. Tutti combinati in gruppo, dentro un patto dichiarato di protezioni e di difese reciproche, quando, di fronte al pericolo di un attacco dei predoni, era necessario per salvarsi e per sopravvivere reagire compatti, insieme, difendendosi gli uni gli altri.

Prima di pensare, però, ai pericoli che avremmo potuto incontrare durante il nostro viaggio di ritorno a casa, ora dovevamo raggiungere rapidamente la Porta di Erode e, una volta giunti là, decidere a quale comitiva di pellegrini unirci. In quel punto della città ci attendeva l’inizio della via che da secoli conduce direttamente al mare Mediterraneo, così chiamato perché bagna le sponde e unisce tra loro le terre dell’Oriente e dell’Occidente. Se percorsa tutta, fino a raggiungere l’altro estremo, la via del mare ci avrebbe condotti al porto della città romana di Cesarea Marittima, e proseguendo ancora più a nord saremmo entrati nella regione della Fenicia. Molto prima, una decina di miglia appena fuori Gerusalemme, la stessa via ci conduceva al nostro villaggio, a Emmaus.

Alla fine, non per sfidare la sorte, ma per guadagnare un po’ più di tempo, decidemmo di compiere una pazzia e di attraversare il cuore della città, per raggiungere il prima possibile la Porta di Erode, il punto di partenza delle comitive dei pellegrini dirette a nord.

(continua)

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