Quando la distanza si fa presenza

PRENDERSI CURA OGGI DELLE RELAZIONI IN UNA COMUNITA’

Stefano Bucci

Qualche tempo fa ho scritto un breve articoletto (Su cosa si fonda una comunità cristiana. Cosa cerca altrove chi se ne va via dalle nostre comunità) che cercava di mettere in luce gli elementi costitutivi di una comunità cristiana, iniziando a delineare alcune piste possibili per attuare una ‘rivoluzione copernicana’ (cambio di paradigma) della comunità stessa. Intendo ora proseguire questa riflessione cercando di darle concretezza e spessore.

Oggi la comunità cristiana per molte persone non è una realtà significativa, cioè non incide più sulla realtà quotidiana: perché? Conosciamo i suoi elementi costitutivi … e allora? Basterà investire su di essi e il gioco sarà fatto! Non proprio … non è sufficiente investire su ciò che caratterizza la comunità (At 2,42-47), ma occorre farlo all’interno di un paradigma nuovo, all’altezza del cambio d’epoca in atto. Cerchiamo di capire.

DALLA GESTIONE DELLO SPAZIO ALLA CURA DEL TEMPO

Per molto tempo, in un contesto di relativa stabilità culturale (di matrice cristiana), il legame di una persona con la comunità cristiana era determinato dal territorio. Si apparteneva ad una parrocchia, ad esempio, perché si abitava in un paese o in un quartiere. Era un modello di comunità fondato sullo ‘spazio’. Ma, ci dice Evangelii Gaudium, oggi ‘il tempo è superiore allo spazio’: ecco la rivoluzione copernicana che fornisce già le coordinate per ripensare ad un nuovo paradigma di comunità cristiana.

Come sarebbe una comunità cristiana ricentrata sulla priorità del ‘tempo’? Certamente metterebbe in atto una conversione ‘dal territorio al terreno dell’umano’, cioè sarebbe fondata sulla cura delle relazioni e non sui confini geografici. Proviamo allora a ripensare ai quattro pilastri della comunità cristiana alla luce di questo nuovo paradigma.

TESSERE

Parola: come fare in modo che le prassi di ascolto della Parola e annuncio non si realizzino in una modalità ‘cognitiva’, che non tocca in profondità il vissuto delle persone? Diciamoci la verità: da quanto tempo non sentiamo predicazioni o catechesi che ci toccano il cuore o che ci scomodano dalle nostre precomprensioni? Ciò accade perché per molti discepoli del Signore hanno messo in secondo piano il loro cammino discepolare, si sono preoccupati di insegnare e hanno dato per scontato il processo di apprendimento continuo che la vita di fede richiede ad ogni battezzato. La prima relazione, che favorisce una cura delle relazioni comunitaria, è la relazione fondante con il Signore Gesù, Risorto e Vivo: per cresce in questa relazione è necessario passare dall’insegnamento all’apprendimento. Oggi non viene più accolto un annuncio caratterizzato dallo stile dell’insegnamento. Estremizzo il concetto: non accetto che qualcuno mi insegni qualcosa, ma posso apprendere insieme a lui qualcosa di nuovo, ad esempio condividendo un’esperienza.

Da qui la scelta della narrazione. Se vogliamo crescere nello stile della cura delle relazioni occorre favorire nelle comunità nuovi spazi di narrazione condivisa dell’esperienza di fede. È narrando la mia esperienza e ascoltando quella degli altri che posso riscoprire il senso autentico di alcune espressioni (salvezza, peccato, redenzione, …) che altrimenti restano parole vuote. Inoltre la via della narrazione ricrea appartenenza e questa è capace di andare oltre le distanze, donando quella presenza vera che permane nonostante tutte le limitazioni che nel nostro contesto sono molto concrete.

Cito spesso a questo proposito una delle scene conclusive della famosa serie tv del Trono di Spade: l’elezione del re. Il popolo deve eleggere un re capace di suscitare appartenenza tra le diverse casate e il criterio che viene condiviso nel consiglio è quello di individuare una figura che porti con sé una storia, perché sono le storie che creano un popolo. Nelle nostre comunità sarà necessario allora trovare nuove forme di narrazione condivisa per suscitare appartenenza e apprendere insieme alla luce della Parola di Dio.

SCALDARE

Fraternità: assistiamo oggi ad un ‘restringimento della fraternità’ entro gli spazi angusti e limitati delle nostre parrocchie. Anzi, proprio la comunità cristiana diviene a volte un luogo privo di una fraternità vissuta e capace di attrarre nuovi battezzati nelle sue dinamiche. Ciò avviene perché ci limitiamo a praticare questo stile (a volte e neanche molto bene) verso le persone che condividono con noi un qualche tipo di servizio in parrocchia, se va bene con quelle che frequentano la celebrazione domenicale. Ogni battezzato è chiamato invece ad allargare i propri spazi di fraternità, praticando questo stile con gli altri, anche se non fanno parte (e chi lo dice?) della comunità cristiana in senso stretto: fratelli tutti! Ci ha ricordato da poco qualcuno che penso sia autorevole per il nostro contesto. Per fare questo è necessaria oggi una seconda conversione, capace di favorire la cura delle relazioni a tutto tondo, quella del passaggio da una logica quantitativa ad una logica qualitativa. Io non sono chiamato alla fraternità solo con gli altri parrocchiani (logica dello spazio), ma sono chiamato a vivere la fraternità come paradigma, con tutti (logica del tempo).

E questa logica non si può attuare se non in contesti che permettono di praticare esperienze di fraternità significativa. Questo motiva una ulteriore opzione a favore della cura delle relazioni: la scelta del piccolo gruppo. Non è possibile vivere una fraternità concreta in grandi spazi, grandi numeri, assemblee numerose di persone. Questi ambienti (spazi) non sono adeguati oggi per favorire relazioni calde, mentre un piccolo gruppo, nel tempo, può costituire buone opportunità di condivisione e di cura.

Proviamo a pensare ad esempio a qualche nostro amico che non frequenta gli ambienti di parrocchia e con il quale desidereremo condividere l’esperienza della fede. Nessuno di noi farebbe la scelta di invitarlo a partecipare a qualche momento parrocchiale. Invece, se ci fosse un contesto più intimo, un piccolo gruppo, non avrebbe problemi ad invitarlo a vivere qualche momento insieme per condividere l’esperienza e inserirlo in una narrazione vitale. Anche la sua esperienza sarebbe per il piccolo gruppo un’occasione di crescita nella fede.

OSPITARE

Frazione del Pane: le nostre celebrazioni eucaristiche sono luoghi (spazi) esclusivi. Se ci fosse un cartello che traducesse lo stile prevalente che si respira all’interno delle chiese si leggerebbe: ‘vietato l’accesso ai non addetti ai lavori’. La sensazione di qualcuno che avesse il coraggio di avventurarsi in una celebrazione eucaristica senza esserne ‘iniziato’ sarebbe certamente quella di sentirsi un pesce fuor d’acqua. Affinché il nuovo paradigma della cura delle relazioni penetri significativamente questa esperienza comunitaria sarà necessario passare dalla logica dell’indifferenza a quella dell’ospitalità. Anche una persona che non avesse mai frequentato una celebrazione eucaristica dovrebbe sentirsi a casa.

Questa attenzione chiede di investire nelle comunità cristiane sulla scelta di uno specifico ministero dell’accoglienza, per incarnare uno stile di ospitalità tangibile. Ciò che crea una appartenenza / presenza significativa in una comunità non è ciò che faccio o quanto sono attivamente coinvolto nei diversi servizi che servono al suo auto mantenimento, ma come mi sento in quel contesto, se sono valorizzato con i miei talenti, se le mie opinioni vengono considerate. E questa attenzione non può ricadere completamente sulle spalle del presbitero, ma deve costituire uno stile diffuso che caratterizza tutta la comunità.

ACCOMPAGNARE

Preghiera: Gesù non si è limitato a consegnare una formula per introdurre i suoi discepoli alla preghiera (paradigma dello spazio), ma gli ha dato l’esempio, ha condiviso con loro molti momenti di preghiera, ha esplorato con essi l’intimità del loro cuore, li ha portati in luoghi solitari, di distensione e silenzio, per favorire la crescita della loro interiorità (paradigma del tempo). Non è sufficiente oggi invitare le persone a pregare, ma occorre passare da una logica di invito a una logica di accompagnamento. Il dinamismo dell’accompagnamento si traduce in uno stile di reciprocità ed è costitutivo per l’esperienza spirituale cristiana. Non si cammina da soli nella vita spirituale: ogni battezzato è un accompagnatore accompagnato.

Per questo è fondamentale oggi riconfigurare nuove forme di accompagnamento che siano messe in atto non solo da presbiteri, ma anche da laici maturi nella fede. Anche la scelta dell’accompagnamento deve tradursi concretamente in una forma ministeriale: in Christus Vivit Papa Francesco – riprendendo il documento finale del Sinodo dei Vescovi sui Giovani, la Fede e il Discernimento – ha messo in luce l’opportunità di trovare nuove forme relative a tre specifici livelli di accompagnamento. Un accompagnamento comunitario, dove è tutta la comunità che accompagna la persona nel suo cammino di vita condividendo con essa l’esperienza della fede; un accompagnamento dei presbiteri che in qualche modo deve poter trovare nuove espressioni e forme; un accompagnamento di laici e consacrati che possiedono il carisma dell’ascolto e che potrebbero ricevere un riconoscimento ministeriale istituzionale.

QUANDO LO SPAZIO SI FA TEMPO

La rivoluzione copernicana delle nostre comunità è solo all’inizio, ma il paradigma della cura delle relazioni, centrato sulla priorità del ‘tempo’ più che sullo ‘spazio’, costituisce un punto di riferimento, capace di ridare significatività alla stessa esperienza comunitaria. Ed è così che anche le nostre fragili parrocchie potranno ritornare, in forme rinnovate, ad essere ‘segni’ tangibili del ‘Regno di Dio’ che ancora oggi, in questo particolare cambio epocale, continua a crescere per opera dello Spirito tra gli uomini e le donne del nostro tempo.

Per chi volesse approfondire ricordiamo il laboratorio condotto da Stefano Bucci al seguente link

1 commento su “Quando la distanza si fa presenza”

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