I talenti e la vita spirituale

LADDOVE SI REALIZZA LA SINERGIA TRA LA PERSONA, DIO E LA COMUNITA’

don Manuel Magalini

Accogliamo il contributo di don Manuel Magalini sacerdote della diocesi di Verona. Le parrocchie dove opera stanno vivendo insieme ad altre comunità della diocesi una sperimentazione volta a ripensare nuove forme e stili di pastorali. In questa sperimentazione, oltre ad aver individuato un sogno condiviso, avere un piccolo gruppo di ‘custodi del fuoco’ che condividono con i presbiteri un processo di conversione pastorale, hanno lavorato sul tema dei talenti con l’ausilio dello strumento dell’Istituto Gallup. Lo ringraziamo di questo contributo che arricchisce la riflessione ponendo questo tema maggiormente in relazione alla dimensione spirituale.

Quando abbiamo iniziato a lavorare sui talenti mi è venuta subito questa domanda: cosa c’entrano con lo Spirito Santo?

Voglio dire, nella Parola di Dio non si parla di talenti se non in alcune parabole, ma certo con altro significato. Si parla invece  di doni dello Spirito, di carismi e di frutti. Non conosciamo i talenti di Maria o di San Paolo (forse qualcosina possiamo immaginare).

Ciò non toglie che questa predisposizione psichica sia un modo significativo e positivo con cui descrivere la personalità. Non possiamo negare che chi è entrato profondamente nella relazione con Dio abbia trovato il modo di essere più profondamente se stesso proprio grazie a questa relazione costitutiva.

Possiamo osare e dire che anche il Figlio di Dio avesse dei talenti? Certamente ha vissuto fino in fondo la sua umanità, perciò perché non riconoscere anche questo aspetto?

Se anche Gesù ha dei talenti ci può mostrare come metterli in relazione al Regno di Dio.

Un primo atteggiamento di fondo che riconosciamo nella vita di Gesù è la gratitudine fiduciosa verso il Padre. In ogni suo gesto Gesù mostra sempre tanta consapevolezza “da dove viene” e “dove va”. Probabilmente noi non riusciamo a fare altrettanto, ma questo sguardo grato su se stessi e sulla missione che ci è data in questo mondo, la nostra vita, è il terreno fecondo dove riconoscere e trasformare i talenti in una realtà vissuta come dono e non solo come dato bruto o definizione.

ANCHE I TALENTI SONO SEGNATI DALLA FRAGILITA’

La seconda cosa che prendo in considerazione è la nostra condizione umana, fragile e ferita. Anche i talenti ne sono segnati. L’uomo che parte da questa condizione sarà incline ad utilizzare i talenti per “salvare se stesso”, la grande tentazione che assale Gesù nel deserto e poi non lo abbandona sotto la croce. Il talento perciò può perdere la dimensione del dono se lo uso per l’affermazione del mio io, per ritagliarmi il mio posto nel mondo, per “gridare che ci sono”.

Ma il tempo che stiamo vivendo ha messo in luce anche che i talenti non sono degli assoluti. Abbiamo sperimentato la fragilità anche dove magari i nostri talenti ci avevano sempre salvati. Il momento in cui talento e limite, fragilità e dono arrivano a prendere ciascuno il suo giusto posto è qualcosa di prezioso, fa sperimentare una delle dimensioni fondamentali della vita spirituale, la misericordia del Padre che ha saputo sapientemente impastare nella nostra argilla frammenti della sua potenza, ma che proprio questa argilla custodisce dalla tentazione più grande, quella del farci degli assoluti, del farci come Dio.

Quando il talento si impasta con l’umiltà, si de-assolutizza.  Si apre allora ad una nuova prospettiva, nasce la possibilità di lavorare di squadra, nasce l’esigenza che ci sia un team (una comunione) che permette al talento di essere messo a frutto in sintonia e sinergia con gli altri per brillare e dare il massimo della sua luce.

VIVERE I TALENTI COME PARTECIPAZIONE ALL’AMORE DI DIO

“Padre Serafino, qual è il fine della vita cristiana?” chiedeva Motovilov al grande santo, “Acquistare lo Spirito Santo” e il monaco cominciava a raccontare la parabola delle dieci vergini che attendono lo Sposo. In questa descrizione invita il suo discepolo a “trafficare” (stesso termine usato per i talenti) in modo da investire le risorse come un buon mercante, non perdendosi in ciò che rende meno, ma in ciò che gli acquista più Spirito Santo.

Serafino fa riferimento alle opere di pietà e di carità, ma credo possiamo fare un’analogia con il tema dei talenti.

Intanto perché ci permette di chiarire l’utilità dei talenti. Il fine resta sempre il medesimo, partecipare sempre più profondamente dell’Amore di Dio, dello Spirito Santo, della Vita divina. Potremmo dire di far agire sempre più in sinergia Dio e “io”, la mia  umanità abitata dalla Grazia. E i talenti descrivono molto di questa umanità.

In secondo luogo leggerei il talento come uno spazio di apertura, di propensione della persona a questo Amore. Il talento non ti dice cosa ami, ma in un certo senso come ami. Parla di caratterizzazione e unicità, personalizza il modo in cui fai le cose, perciò dice anche il modo in cui ami nelle cose che fai.

Ecco allora che il talento può essere una strada attraverso cui riconoscere quelle cose che mi fanno stare più aperto, unito, in dialogo con Dio, dove lascio scorrere più Spirito Santo.

Ad esempio c’è chi è più propenso allo studio, all’attività mentale. Trarrà più facilmente beneficio da una buona lettura spirituale, di chi è più portato all’operatività. Viceversa chi è più incline all’azione facilmente starà più aperto a Dio nel servizio concreto e umile.

Ovviamente si tratta di propensioni, non di cose automatiche. L’arte spirituale in questo consiste nel tessere nella relazione con Dio queste cose. Si tratta di imparare a vivere la sinergia. Di lasciarsi impastare dal dialogo con Dio nelle cose in cui siamo più capaci e quindi rischiamo di fare da soli.

Per questo possono essere molto di aiuto due accorgimenti. Il primo è coltivare la gratitudine. Mi permette di riconoscere che il talento non viene da me, è un dono per restare unito a chi questo dono me l’ha regalato. La gratitudine sposta il centro dal mio sforzo, dalla mia efficienza, alla bellezza e alla gratuità di sperimentarmi amato mentre uso il talento.

Il secondo sarà l’offerta. Più volte lungo gli esercizi spirituali sant’Ignazio fa fare una preghiera simile a questa

Prendi, Signore, e ricevi
tutta la mia libertà,
la mia memoria,
la mia intelligenza
e tutta la mia volontà,
tutto ciò che ho e possiedo;
tu me lo hai dato,
a te, Signore, lo ridono;
tutto è tuo,
di tutto disponi
secondo la tua volontà:
dammi solo il tuo amore e la tua grazia;
e questo mi basta
.

Questo ci ricorda che ogni talento non è un nostro possesso, ma solo se orientato dall’amore arriva a portare il suo frutto più maturo. Permettere al Signore di agire anche attraverso di noi, offrendo i nostri talenti come spazio per la sua opera può davvero fare la differenza nel mondo.

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