Catechesi: è tempo di conversione

UNA CATECHESI D’INIZIAZIONE SOSPESA SULL’ABISSO

Fabrizio Carletti

In un precedente articolo ho condiviso una riflessione sul cambio d’epoca. Sottolineavo come  “quando riflettiamo sul futuro e sui passi da compiere ci è chiesto di accettare che questi non possono essere più solo determinati dalle conoscenze e dalle risorse intellettuali che oggi possediamo. Si è venuta a creare una frattura epistemologica di fondo. La conoscenza non avviene più per accumulo, perché il quadro di riferimento è profondamente mutato, viene meno un processo lineare. Capite l’implicazione sul piano educativo e della trasmissione della vita? Non è sufficiente un approccio ereditario che consegna all’altro le istruzioni per vivere (addestramento/training/formazione)”. Proviamo a tradurre questo nell’ambito di una prassi ecclesiale specifica, la pratica della catechesi d’iniziazione rivolta ai fanciulli.

In un tempo in cui si poteva parlare di cristianesimo sociologico – dove come ci ricordano i documenti ‘cristiani si nasceva’ e i luoghi generativi della fede erano la famiglia (in particolare i nonni più che i genitori), la scuola, il contesto culturale in generale – una catechesi sistematica, organizzata in modo abbastanza scolastico negli spazi e nei tempi, corrispondeva alla situazione in modo efficace.

Questa corrispondenza è venuta meno perché il contesto e la realtà che abitiamo non è più la stessa. Eppure tutti i tentativi di rinnovamento tendono a operare cambiamenti che non producono nulla, perché restano dentro il residuo simbolico e culturale di una realtà non più in essere. Il modo in cui concepiamo gli incontri, gli strumenti in uso, la dimensione sacramentale, la formazione, non si staccano realmente da quanto fatto in precedenza. Il modello ha mantenuto un approccio esplicativo, più educativo che iniziatico, specialistico e profondamente didattico.

L’INIZIARE SUPERA L’EDUCARE

Un esempio su tutti. Per superare la difficoltà del cambiamento di una realtà che come catechisti e presbiteri era evidente fosse mutata e ci metteva in difficoltà, molta dell’attenzione si è spostata sul fronte della didattica. La cosa interessante è che abbiamo valorizzato questa dimensione anche per descolarizzare l’annuncio, e questo se ci pensate è una contraddizione in sé. Pensiamo all’enorme produzione di sussidi e riviste con attenzioni didattiche, metodologiche – facendo outing io sono uno di quelli che ne ha scritti diversi – che presentano su queste basi una maggiore originalità ed efficacia. Proprio la scuola è innovativa sul piano didattico e fa perno sulla didattica perché mette in atto processi educativi e non iniziatici. Ricordo che educare è portare fuori – non tirare fuori, a meno che non abbiate una visione magica del bambino secondo la quale lui abbia delle conoscenze e competenze innate -, ma è portare l’educando a contatto con il mondo esterno e aiutarlo ad apprendere a corrispondergli in modo adeguato per trarre senso dalla sua esperienza. Invece, iniziare è condurre dentro, portare il bambino nel mistero di Dio, nel mistero del Regno, ad un incontro reale e sensibile con Gesù e dentro una comunità. È vero che i documenti ci ricordano che ‘si evangelizza educando e si educa evangelizzando’ ma è anche una bella espressione per dire tutto e dire nulla come siamo spesso bravi a fare. L’evangelizzazione comporta anche una dimensione educativa, nessuno lo vuole negare, ma tra questi due poli c’è da operare una scelta: se prima si poteva fare più peso in chiave ecclesiale sul polo educativo, in questo cambio d’epoca ci è chiesto di ridefinire il nostro baricentro. Per dirlo in altri termini, attraverso il modello delle tensioni che ci pone Papa Francesco in Evangelii Gaudium, oggi è necessario che l’iniziare superi l’educare.

C’è proprio bisogno di quaderni attivi? Di scaricare attività e giochi da internet? Di rendere la catechesi prima di tutto un atto educativo, dove spiegare, descrivere, aiutare a capire?

Personalmente amo partire da un aspetto antropologico e spirituale. Il bambino, ogni bambino in quanto creatura di Dio, è biologicamente predisposto ad entrare in relazione  con Lui, o per dirla in modo più serio e colto, ogni bambino è capax dei. Le ricerche testimoniano come già nei primi anni di vita un bambino vive questa relazione sperimentando dei momenti di gioia non indotta da fattori esogeni, sollecitazioni esterne al soggetto. Per dirla in modo più moderno, ogni bambino predispone di tutte le connessioni e porte USB per avviare una relazione sensibile (non teorica) con Dio Padre. Non abbisogna di sovrastrutture didattiche o artifici educativi. Eppure abbiamo fatto della catechesi un atto competente! Un atto competente è un atto che richiede per essere compiuto un determinato training, una forte consapevolezza e motivazione, corsi specialistici creando una casta di soggetti indispensabili per svolgerlo, preziosi come l’oro: i catechisti. Abbiamo reso la catechesi un atto competente e non un atto naturale, derivante dalla mia nascita e confermato e accresciuto nel mio battesimo, sigillo di una reale relazione filiale. Naturale quanto l’assistere un bambino a pronunciare le sue prime parole o a compiere i suoi primi passi, in quanto sono gesti già iscritti biologicamente nella sua persona ma che richiedono una relazione con un adulto per fiorire. Non preoccupatevi, non si vuole licenziare o dismettere la professione catechistica e perdonatemi il tono che non vuole essere irriverente, perché parliamo di persone che svolgono con passione questo servizio. Si tratta solo di ripensare in profondità questo ruolo, visto più al servizio di un annuncio despecializzato e condiviso, come dei facilitatori di processi di annuncio più che esecutori di progetti catechistici.

LA NARRAZIONE SUPERA LA SISTEMATICITA’

È chiesto oggi di uscire da un approccio sistematico della catechesi, quello in uso da buona parte dei sussidi prodotti e in produzione, dove lungo una serie di anni ti ho spiegato tutto, dall’A alla Z cosa vuol dire essere cristiani e chi è Gesù. Possiamo stare sereni se non diciamo tutto, se non siamo esaustivi, perché non è una teoria che stiamo condividendo, ma l’incontro con una persona e se questo è vero la sua conoscenza si compirà lungo tutta la nostra vita. Che noia sarebbe pensare di passare una vita con qualcuno di cui pensiamo di sapere già tutto e non è più in grado di sorprenderci. Ma sarebbe ancora di più una pia illusione. Mi sta a cuore che la persona scopra il desiderio di questa conoscenza, la possibilità di poterla sperimentare anche a tu per tu, in modo semplice e naturale. Trasmettere la fede è trasmettere la vita, la mia vita vissuta e provata, sperimentata e sperata dentro questa relazione vivificante di senso che avviene con Gesù. E di questo potrò raccontare, non di alcuni concetti appresi diligentemente ad un corso o su un sussidio. E il volto di quel Gesù sarà il volto vivo e reale di questi incontri che susciteranno così propri e personali incontri. “Ma non sa niente, non ha imparato le formule, non conosce a memoria e in ordine i comandamenti!”. Non si sta dicendo che la conoscenza non è importante, in quanto Benedetto XVI ci ricordava come si ama chi si conosce, ma stiamo parlando di un modo diverso di conoscere, più naturale e proprio della dimensione iniziatica di un bambino in questa nuova epoca.

Ci è chiesto di passare allora ad un approccio narrativo-autobiografico. E questo non richiede strumenti didattici o artifici metodologici. È alla portata di tutti, di un catechista esperto quanto di un genitore. Pure un racconto che narra di un insuccesso, o un errore, di un fallimento è utile, anche se non si tratta per forza di storie che mettono in luce chissà che eroicità evangelica. In quanto anche quelle storie ordinarie, acciaccate, sporche di fango e polvere, non lucenti e colorate come le figurine dei santini, possono rivelare un senso profondo, una dimensione della vita che allude e richiama una verità, qualcosa di reale. Tutti possono narrare perché è narrando che scopriamo di essere e diamo senso al nostro esserci.

IL KERYGMA SUPERA LA COMPRENSIONE

L’approccio di cui parlo è di tipo narrativo kerygmatico. A quanto detto sopra aggiungiamo l’aspetto del kerygma, che non è un concetto o una formula da scrivere su un cartellone e richiamare agli occhi di un bambino. È un essere vivo, Gesù Cristo vivo e tra noi, che comprendo non per sentito dire, ma per contatto diretto, dentro una dinamica relazionale-spirituale e sensibile. Il Kerygma allora si traduce in un incontro diretto con Lui mediante la Parola, le storie, la comunità, dei gesti, dei simboli, dei riti, delle emozioni… che siamo chiamati a sperimentare e rinarrare. Il Kerygma non si spiega si narra, perché è una persona e non una teoria. Se ne fa esperienza perché è una persona e non un concetto. Più usiamo strumenti articolati e artificiali più potremmo fare fatica a vivere questa esperienza. Più ci affidiamo ai linguaggi propri dell’annuncio più sarà facile e alla portata di tutti, e solo in questo modo possiamo parlare di descolarizzazione: la Parola, le narrazioni di persone reali e vicine (non i video testimonianza di eccellenti cristiani o i video motivazionali di varia natura), i simboli e la dimensione liturgica, i gesti e le azioni concrete. A titolo di esempio e per la possibilità di aver condiviso il cammino fatto, la Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla ha realizzato delle schede con questo impianto narrativo kerygmatico, schede che chiedono la presenza di figure di facilitazione e supporto ma in grado di essere condivise e vissute da tutti, bambini di diverse fasce di età, genitori, persone della comunità. Il catechista si riconfigura più come un accompagnatore di questo processo iniziatico, che da fuori porta dentro queste relazioni. Schede in cui non si tratta di conoscere tutto, si tratta di mettere in gioco il mio tutto (cuore, mente volontà) nel tutto di Dio.

LA RETE DI FAMIGLIE SUPERA LA FAMIGLIA ISOLATA

Un altro aspetto più di forma che ritengo interessante è spostare l’attenzione dalla singola famiglia alla rete di famiglie. Sono poche le famiglie che da sole, anche se formate con incontri appositi, sono nella disponibilità di fare un cammino di trasmissione della fede con i propri figli. Allo stesso tempo, chi ha più bambini rischia di vedersi moltiplicati impegni, richieste e aspettative.

Proviamo a pensare ad una piccola rete di famiglie, cinque o sei famiglie, che condividono di fare un cammino con i propri figli anche di età diverse (ma restando sulla fascia dei fanciulli e non dei preadolescenti) affiancati da un catechista accompagnatore, che sollecita e facilita la narrazione reciproca, i gesti, l’ascolto della Parola, un gesto comune. Individuate all’interno di ogni rete una famiglia leader, che sappiamo sperimenta un contesto più sereno e che diventi di supporto e di stimolo per le altre, che in vari casi possono essere composte da un unico genitore, oppure da altre situazioni complicate o fragili. Una piccola comunità che con i loro bambini condividerà un cammino e dentro una rete più ampia ogni tanto si troverà a far festa con le altre. Sappiamo bene che non c’è un’età certificata per i sacramenti dell’iniziazione cristiana, per cui quei bambini che la piccola comunità, insieme ai catechisti accompagnatori, riterranno di presentarli per uno dei passaggi sacramentali, potranno vivere con quelli delle altre piccole comunità un momento di preparazione nel tempo pasquale.

LA LITURGIA E’ GIA’ SOSTANZA E FORMA (IL SOGGETTO)

Un’ultima riflessione sul tema sacramentale che sappiamo essere molto delicato e spesso non vissuto bene o mal compreso. Il sacramento, come dono della grazia, come un’azione che dall’alto viene in basso ad abbracciarmi e potenziarmi, non penso si possa più di tanto spiegare e preparare. Ad esempio, facendo le prove o i ‘provini’ in Chiesa prima della celebrazione effettiva o attraverso un corso. Abbiamo la liturgia che è lo strumento più potente, con il suo apparato simbolico, per introdurre a questi passaggi. Abbiamo segni, gesti, parole e formule che in chiave mistagogica sono già strumento iniziatico e che prima di spiegarli chiedono di essere vissuti, prima ancora di essere capiti hanno bisogno di essere agiti (liturgia come fede in azione). La liturgia può allora essere la vera forma di iniziazione al sacramento, liturgia come esperienza e non come spiegazione, e la catechesi la segue e non la precede.

Il linguaggio liturgico-simbolico è comunque quello meno conosciuto e praticato nell’annuncio, e non intendiamo con questo solo la celebrazione eucaristica, ma tutta la ricchezza di riti e simboli, formule e gesti che potrebbero accompagnare in varie forme celebrative un cammino, sperimentando attimi di bellezza, silenzio, intimità e profondità, l’essere visti e toccati da una presenza di amore vivo.

‘LASCIA TUTTO E SEGUIMI

Catechesi, è tempo di cambiare. Si può sperimentare in questo cambio d’epoca, su questo abisso, un modo più semplice, ‘naturale’, ordinario di essere introdotti a vivere la nostra relazione con Cristo e i fratelli. E non è difficile la novità che è già presente in mezzo a noi, è difficile accoglierla perché chiede di lasciare tutto e seguirla.

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