Abitare l’abisso

COS’E’ E COME ABITARE UN CAMBIAMENTO D’EPOCA

Fabrizio Carletti

Condivido la relazione che ho tenuto il 30 gennaio per la Fondazione Accademia della Diocesi di Sassari sul tema del cambio d’epoca. L’itento è di aiutare a comprendere la portata profonda di questa tesi che a parole abbiamo acquisito (e forse già addomesticato), ma che ci chiede un procedere profondamente diverso in termini di discontinuità e non linearità.

La relazione si snoda su due passaggi: prima cercheremo di approfondire cosa significa cambio d’epoca, poi vedremo come affrontarlo, o meglio, come abitarlo.

COSA SIGNIFICA UN CAMBIO D’EPOCA

‘Cambio d’epoca’ è un’espressione che il nostro orecchio capta come acquisita, e non ci turba più di tanto perché ne siamo abituati e forse anche un poco assuefatti. Papa Francesco usò questa espressione per comunicare che non  viviamo più in un’epoca di cambiamenti (dove sono sufficienti piccoli aggiustamenti per ritrovare un equilibrio funzionale di fronte a delle difficoltà che si sperimentano) ma in un cambiamento d’epoca. Non si tratta quindi di cambiamenti che si possono tenere in qualche modo sotto controllo ma di un mutare dell’insieme. Malgrado questo termine sia acquisito temo che non ne abbiamo ancora pienamente compresa la portata.

Se accettiamo questa tesi, allora quando riflettiamo sul futuro e sui passi da compiere ci è chiesto di accettare che questi non possono essere più solo determinati dalle conoscenze e dalle risorse intellettuali conoscitive e simboliche che oggi sono in nostro possesso. Si è venuta a creare una frattura epistemologica di fondo. La conoscenza non avviene più per accumulo, perché il quadro di riferimento è profondamente mutato, viene meno un processo lineare. Capite l’implicazione sul piano educativo e della trasmissione della vita? Non è sufficiente un approccio ereditario che consegna all’altro le istruzioni per vivere (addestramento/training/formazione).

Il fatto che la percezione di questa tesi è ancora bassa è evidente per il fatto che non smettiamo di farci alcune domande che ancora oggi caratterizzano le nostre preoccupazioni sociali e pastorali proprie dell’epoca precedente (di adattamento, come per sistemare qualcosa che si è appena incrinato e solo momentaneamente). Non viviamo in un tempo in cui non si hanno risposte ma in un tempo in cui mancano le domande opportune da porsi. Le risposte le abbiamo, ma sono risposte alle domande sbagliate.

Se capissimo fino in fondo l’esistenza di questa frattura ci preoccuperemo di porci domande nuove e non di trovare delle risposte, ma delle domande che abbiano già il sapore del presente e della realtà che ci circonda. Occorre passare dal problem solving al problem setting, ridefinire il quadro, i modelli di riferimento.

Quindi, se accettiamo fino in fondo questo assunto, dobbiamo accettare che non disponiamo più delle mappe e dell’equipaggiamento adatto per attraversare questo mondo in questo tempo.

CAMBIARE LE MAPPE. Le mappe sono strumenti in grado di orientarci, dei paradigmi o costrutti appresi che ci guidano. In cosa consiste un paradigma? Un paradigma è un modello acquisito, più o meno consapevolmente, con il quale noi ci rapportiamo alla realtà. I nostri pensieri e i nostri gesti sono il prodotto della nostra relazione con la realtà filtrata dal paradigma che stiamo abitando. Di conseguenza anche i bisogni comunitari, pastorali, formativi, i modelli comunitari e relazionali, la cura e la gestione delle persone e i modelli di guida e accompagnamento, le forme che la pastorale assume ma anche le forme dei luoghi e degli ambienti che usiamo derivano dal paradigma all’interno del quale agiamo.

Non esiste un paradigma sbagliato o uno corretto e allo stesso tempo non esiste un pensiero  o una prassi che non sia frutto di un paradigma. La cosa importante, che corrisponde al primo passo di ogni processo di discernimento, è prenderne consapevolezza. La consapevolezza ci permette di poter prendere da esso le distanze e di poter avviare un processo di cambiamento da un paradigma ad un altro, non perché più corretto o giusto ma semplicemente perché più opportuno: quello che ci permette di essere maggiormente fedeli al mandato dell’evangelizzazione in questo tempo, in questo mondo.

Quando avviene un cambio d’epoca il cambiamento nella nostra vita avviene attraverso una rottura radicale, una discontinuità e non in modo lineare. Per cui per essere fedeli alla realtà anche a noi come istituzioni è chiesto un cambio in termini di discontinuità e non linearità, o progressività.

Niente che non sia già stato detto ad esempio dai filosofi della scienza. I cambi d’epoca sono eventi che avvengono in determinati periodi storici, perché come ci ricorda il filosofo Thomas Kuhn nel suo famoso saggio ‘Le rivoluzioni scientifiche’, quando i nuovi pensieri e le nuove conoscenze si accumulano, queste improvvisamente scalzano il nucleo su cui si basava il precedente paradigma conoscitivo stabilendone uno nuovo.

CAMBIARE EQUIPAGGIAMENTO. Per equipaggiamento intendiamo le prassi, che sono il frutto di quel paradigma, di quel modello. Che rispondono alle domande e ai bisogni formativi di un epoca precedente.

Solo per fare un esempio, la catechesi d’iniziazione cristiana: tutti i sussidi in commercio e in produzione si basano ancora su un approccio sistematico dell’annuncio mentre siamo invitati ad un nuovo stile narrativo-kerygmatico, che richiede un ripensamento profondo del modello precedente. Escono così proposte e offerte formative già vecchie seppur pensate oggi, e quindi non utili e peggiorative.

Cambio di mappa non vuol dire che basta rinominare le cose. Prima parlavamo di collaborazione e ora di corresponsabilità, prima dicevamo camminare insieme e ora sinodalità. Come quando i vincitori di un conflitto rinominano le città, da Leningrado a Pietroburgo. Non è questione di nominalismi dice il Papa. Se dietro un diversa parola non c’è un cambio di mentalità si continuerà a chiamare in modo nuovo quello che facevamo prima pensando di fare cose diverse.

Sono cambiati gli assi portanti, i punti cardinali. Tu puoi dire nord ma l’altro intende est, puoi dire ovest ma l’altro intende sud … manca una corrispondenza. E  l’esperienza umana e spirituale è una dinamica di corrispondenza, è corrispondere a qualcuno e Qualcuno in funzione di acquisire senso e dare senso alla vita e alla realtà che abitiamo.

Allo stesso tempo non basta una foto satellitare. Quella conoscenza l’abbiamo (indagini, dati) ma non ci serve adesso. Occorre scendere in strada e farla a piedi quella mappa, abitando ogni metro quadrato non per ribattezzarlo e descriverlo tecnicamente ma per ascoltarne i racconti, il fruscio dell’aria, i rumori e la densità atmosferica inspirarla e espirarla, per entrare con essa in un’autentica corrispondenza.

LA FRATTURA COME COSTANTE DELLA SPIRITUALITA’

Un cambio d’epoca quindi non è un fatto eccezionale, è un evento che periodicamente avviene. E questo vale anche sul piano spirituale come ci ricorda il gesuita Michel de Certeau nel suo testo ‘La debolezza del credere’: la rottura è una costante della spiritualità; la spiritualità con audacia punta alle tensioni e ambizioni proprie di un tempo.

La tradizione religiosa in determinati momenti rivela una mancanza che in base al contesto culturale sarà addossata al credente o alla teologia. Ma la falla è più radicale, ci dice l’autore. Tra le parole che usiamo per dire la nostra fede e la nostra esperienza di vita si è venuta a creare una frattura. Tra la parola ‘evangelica’ alla quale il credente risponde e alla sua risposta, c’è una distanza, non c’è più una corrispondenza. Come l’esperienza di Giobbe. Le spiegazioni che riceveva dai suoi amici sulle sue disgrazie non avevano alcun rapporto con la sua vita. Verità inutili e vane che non gli permettevano di vivere.

Lo Spirituale cerca ‘nuove parole’. Pone una rottura specificando un linguaggio e determina ciò che si intende per ‘esperienza’. Il cristiano si getta così in una regione di rischio e ricominciamenti. La rottura è il segno di una fede che comincia a fare di una nuova mentalità il suo proprio simbolo. Un’esperienza umana si adotta a divenire il linguaggio nuovo di una esperienza spirituale, prosegue l’autore.

Si attiva un’inversione: prima l’uomo riconosceva nella predicazione qualcosa di necessario e vitale; ora lo cerca nella sua esperienza e lavoro umano, ma vi scopre una forma nuova di ‘manchezza’.

La fede è questa scoperta che riconosce nel linguaggio quotidiano la vera parola di Qualcuno a cui rispondere. Si sviluppa così una tensione perché richiede un linguaggio, ma la presenza che profetizza non può essere espressa pienamente da esso. Di fronte a questa tensione si attiva un movimento. La tentazione è quella di bloccarlo, negarlo, minacciarlo. La tentazione di fissare, istituzionalizzare subito le cose.

È infatti una illusione dire ‘per essere cristiani è…’. È reclamare una esclusività. Si tratta di affermazioni corrispondenti a contesti culturali e che rispondono a necessità spirituali di un tempo. Ma cessano di essere vere se non implicano più un loro superamento. Non sono aperte ad un confronto o contestazione con altre figure o ai fratelli. Il rischio è fissare la negazione ad uno dei suoi momenti, e fa di un oggetto spirituale quello che era un movimento. Diviene così ideologia. Riconoscere questo è ricordare che ogni forma, ogni espressione della verità è un segno.

COME AFFRONTARE IL CAMBIO D’EPOCA

CAMBIARE LE DOMANDE

Occorre tornare come bambini. I bambini non chiedono ‘cosa’ ‘come’ ‘quando’ ma chiedono PERCHE’. Perché la parrocchia?, perché i laici?, perché la messa?, perché usiamo la parola peccato la parola salvezza l parola santità, perché?

E non ‘cosa’… eppure in questo tempo la domanda prevalente è ‘cosa dobbiamo fare’? Che cosa devo fare per ottenere la vita eterna? La risposta che dà Gesù è semplice… Lascia tutto e seguimi… lasciare il paradigma passato, elaborare questo lutto.

E non ci salva nemmeno la ricerca identitari, il chiederci CHI. E facciamo convegni su Chi è il prete nel cambio d’epoca? Chi è la parrocchia nel cambio d’epoca?

Non è il Chi, che dobbiamo chiederci ora. L’identità ha dei limiti, è atto che recide, atto violento che chiude e delimita, inoltre è realtà dinamica non fissa. E si ricomprende dentro la dinamica della missione e non in modo statico. Gesù si comprende in cammino e camminando affianco a lui e vedendo accanto a lui e sentendo accanto a lui non a distanza o dall’alto o dal basso ma accanto.

Allora possiamo chiedere non CHI ma PERCHE’. Perché la Parrocchia nel cambio d’epoca PERCHE’ il sacerdote?…

E a questa domanda si risponde già come state facendo come diocesi, narrandosi la propria storia. La storia aiuta a generare consapevolezza non ha dirci ‘Io sono’ ma ‘Da dove vengo e perché’. Altrimenti anche la storia diventa una recriminazione e non una relazione, un disporre e non un corrispondere.

CAMBIARE APPROCCIO DI ANALISI DELLA REALTA’ E DI APPRENDIMENTO

E’ necessaria una nuova conoscenza che avvenga dall’interno e non dall’esterno. Il riferimento qui è all’antropologo inglese Tim Ingold dove in un piccolo saggio Antropologia come Educazione, richiama due modelli di conoscenza e di educazione. Una modalità forte e una modalità debole o minore.

La modalità forte dà sicurezza, prevedibilità e libertà dal rischio. La modalità debole al contrario è lenta, difficile e in nessun modo certa nei suoi risultati.

La via maggiore cerca di analizzare e comprendere il mondo per via deduttiva o induttiva applicandogli delle categorie esterne. Dall’esterno processo l’interno e lo interpreta, lo assimila. Lo vede come realtà compatta e stabile in funzione di un controllo, di garantire una stabilità. Usa un modello lineare e cumulativo, quantitativo.

La via minore procede dall’interno, attraverso una via attentiva all’esperienza e traendo da essa nuove risorse simboliche per risignificare la realtà, e trarne senso. Non chiude ma apre alla realtà.

La via minore:

  • Abita la complessità e la domanda
  • Artigianale e sperimentale
  • L’attenzione precede la conoscenza
  • Estetica
  • Narrativa più che sistematica

Abbiamo accentuato in questi anni la formazione di un corpo abile/competente (la scuola delle competenze) ma il suo contrario non è corpo disabile ma corpo animato. Il corpo animato potrà essere in pericolo, vulnerabilmente esposto ma almeno è vivo nel mondo. Mentre il corpo abile e competente dell’agente autosufficiente e volitivo è orientato a lavorare per la realizzazione delle proprie intenzioni, il corpo animato è sempre nel mezzo dell’agire nel subire, in una vita vivente.

Le pratiche della via minore richiedono tempo, una sperimentazione paziente, seguendo una strada e vedendo dove porta. Aprire una strada e non provare un’ipotesi preconcetta. È prospettiva piuttosto che retroattiva, è speculativa più che confermativa, improvvisa più che prescrivere.

Non si tratta di cose nuove neanche queste. Basta guardare a un grande vescovo filosofo e scienziato del 1400, siamo nel basso medioevo, NICOLO’ CUSANO. Nella sua Dotta Ignoranza scriveva di come i chierici del tempo con i loro cavilli confondono l’ingresso del profano (l’idiotus) nel vero. Ci ricorda che è un fare che rende possibile un dire. Una propedeutica tipica, del resto, del rapporto tra maestro e discepolo e nella formazione spirituale: “Fai così e dopo capirai”. Noi in questi anno abbiamo fatto l’esatto contrario (cosa coerente in una fase di stabilità, come nel precedente contesto di cristianità matura): prima capisci e poi puoi fare.

Eppure è quando inizia a fare una cosa diversa che inizi a pensare cose diverse. Il grande rischio è di cadere altrimenti in giochi intellettuali e ideologici, dove anche l’azione di ascolto spesso richiamata nella pastorale non è altro che conferma a ciò che sappiamo, frutto di domande generate da costrutti del passato. Cusano propone invece un sapere che avviene per via esperienziale e dialogica, dentro la relazione e la corrispondenza con la realtà e gli altri.
La via sperimentale secondo Cusano deve assicurare l’inizio della conoscenza: essa mira a convertire una maniera di vedere in un’altra. Contrappone ad una scientificità prettamente logico-linguistica  una scientificità visiva. Le diverse visioni di più soggetti che vivono un’esperienza permette dentro un processo dialogico di sperimentare uno stupore e costruire conoscenza, spossessandoci della presunzione di una unica e sola immagine della realtà.

ESSERE E’ TESSERE: NARRAZIONE E RETE

Essere è tessere suggeriva una grande artista sarda contemporanea, Maria Lai, nelle sue opere artistiche e fatte di fili, di intrecci, di nodi…  Maria Lai nasce nel 1919 nel paese di Ulassai, e ci ricorda come l’arte della tessitura è delicata e paziente, rispettosa, perché i nodi non chiudono l’altro in sé ma fanno corrispondere due fili per far iniziare nuove linee e direzioni. È nell’intreccio narrativo che noi traiamo senso dalla realtà.

La prossimità fisica non crea di per se stessa comunità (Dewey). Ciò che conta è la condivisione dell’esperienza. Dalla partecipazione ad un’esperienza condivisa di attività congiunta

Il mondo narrativo è immersivo, connettivo. Non è sistematico, puramente logico-razionale e descrittivo.

Oltre a farci nuove domande occorrono nuove NARRAZIONi per risignificare l’ESPERIENZA che stiamo vivendo e darle un SENSO perché è di questo che si è affamati e si è in ricerca più che di soluzioni o risposte. Si è affamati di storie e di storie di salvezza.

Come i fili che sorreggono la Città di OTTAVIA nel libro delle città Invisibili di Calvino

 Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città – ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c’è niente per  centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno.

Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo.

Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città.

I fili sono strumenti di passaggio e sostegno e il finale del racconto è strepitoso: la vita in questa città fragile e sospesa è meno incerta che altrove. Le persone sanno  che più di tanto la rete non regge. Sono così persone che mantengono l’attenzione viva alla realtà.

Noi siamo abitanti di questa città ora, viviamo su una frattura, su un abisso che si è venuto a creare tra la nostra esperienza spirituale e di fede e la realtà. Siamo chiamati a tessere, divenire ragni pazienti, intrecciare fili e annodarsi per trattenere tra di essi il senso della vita che scorre. Per riscoprire che quell’abisso non è uno spazio vuoto ma un luogo abitato, abitato da una presenza che ci invita a corrispondergli.

Certo l’abisso fa paura e come dice la Nota per paura potremmo far finta che non ci sia e continuare a fare tutto come sempre, non metterci in discussione, irrigidirci spiritualmente e mentalmente.

Ma sempre la Nota Pastorale ci parla di un città di Ottavia che era il Cenacolo, che era a Pentecoste

C’è un fuoco che riscalda le relazioni dei discepoli e fa sì che coinvolgano altre persone inserendole in un’esperienza profonda: questo fuoco è un sogno condiviso intriso dello stesso Spirito; questo sogno sta sopra alla solitudine dei singoli e li accompagna ad uscire da sé per incontrarsi nuovamente in una dimensione profonda. Accogliendo il dono dello Spirito non siamo più soli perché condividiamo un medesimo sogno comunitario: un cuore solo e un’anima sola (At 4,32).

Il giorno inizia dalla notte, per giungere all’alba. Non restiamo a contemplare i tramonti che sono ansiolitici per sedare i nostri timori ma non ci proiettano al futuro non ci danno speranza, in quanto sono solo cenere rossastra di un giorno, di un epoca alla fine. Attendiamo l’alba insieme, torniamo a fare le domande alla sentinella come lei ci invita a fare. Sentinella quanto manca al giorno? Ancora manca ma tu torna a chiedere. Continua a domandare finché la tua domanda corrisponderà alla sua risposta, e la frattura e l’abisso sarà colmato.

1 commento su “Abitare l’abisso”

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