Su cosa si fonda una comunita’ cristiana?

COSA CERCA ALTROVE CHI SE NE VA VIA DALLE NOSTRE COMUNITA’

Stefano Bucci

Ci sono alcune cose che nel vissuto di una comunità cristiana a volte si danno per scontate: fa bene rispolverarle, di tanto in tanto, specialmente in un tempo come il nostro che rischia di disorientare e mette alla prova il senso stesso della vita cristiana, della comunità e della pastorale.

Se leggendo l’articolo qualcuno dicesse: «Beh, ha scoperto l’acqua calda!», non ne sarei meravigliato. L’intento non sarà quello di dire cose nuove, ma di ricordare – prima di tutto a me stesso – che le difficoltà di oggi non sono altro che buone occasioni per contribuire nel nostro piccolo a rendere più significativa la testimonianza ecclesiale per gli uomini e le donne del nostro tempo.

Una ricerca coordinata dal professor José Luis Perez Guadalupe – condotta in America Latina e successivamente integrata in alcuni suoi risultati nel documento di Aparecida del 2007 – indagò sulle motivazioni che spingevano le persone ad allontanarsi dalla Chiesa Cattolica per abbracciare altre confessioni cristiane. Gli intervistatori misero in luce quattro motivi principali:

a) L’approccio alla Bibbia era vissuto in modo ‘teorico’ e ‘freddo’, dottrinale, e non produceva una crescita spirituale;
b) La vita comunitaria non era significativa e la qualità delle relazioni scarsa;
c) Anche per questo non era presente una ‘spinta missionaria’ per portare persone nuove nella comunità;
d) I fedeli non trovavano nella Chiesa Cattolica occasioni significative per vivere e approfondire un incontro personale con Gesù Cristo.
La ricerca mostrava che le persone non se ne andavano a cercare altrove cose diverse da quello che una comunità cattolica è. Al contrario, uscivano per cercare altrove quello che saremmo dovuto essere noi.

A pensarci bene questi motivi sono legati a quanto ci consegna il primo sommario degli Atti degli Apostoli (At 2,42-47) nel descrivere le quattro prospettive tradizionalmente riconosciute come ‘pilastri’ della vita della comunità (recentemente richiamati da Papa Francesco in una sua catechesi). Un po’ come dire: le persone si allontanano dalla Chiesa perché in essa non trovano ciò che dovrebbe essere il suo proprio, ciò che la caratterizza in profondità. Ma andiamo per gradi.

REGNO E COMUNITA’

Innanzi tutto oggi è importante riscoprire la distinzione tra Regno di Dio e comunità cristiana. Il Regno è una realtà ampia che comprende e trascende l’umanità tutta intera. Esso cresce ed esercita il suo effetto benefico per tutta l’umanità anche di fronte al ‘sonno’ della Chiesa. È il Signore stesso che fa crescere il Regno di Dio e si prende cura dell’umanità portandola nel solco della storia al suo compimento.

La Chiesa – e nel concreto la comunità cristiana – è un ‘segno’ che si pone al servizio del Regno. Nel tempo forse la Chiesa ha dimenticato di essere un ‘segno’: ha pensato di essere realtà onnicomprensiva rispetto all’umanità tutta intera. E ora che constata che l’umanità è uscita fuori dai suoi sagrati si sente come smarrita e incapace di ripristinare un ‘regime di cristianità’. Ma la Chiesa non è il Regno. Non è una realtà che aspira ad essere il tutto della umanità. Anzi, Gesù l’ha paragonata al sale e al lievito: due elementi che sono presenti in bassa percentuale sul totale, ma che per la loro significatività sono capaci di dare senso e sapore al tutto. Il compito di una comunità cristiana perciò non è quello di ‘occupare uno spazio’, ma di assumere in modo efficace e credibile per gli uomini e le donne del nostro tempo una forma significativa, avviando processi che manifestino con semplicità dei ‘segni’ di Vangelo.

COMUNITA’ ‘SEGNO’

Come dare forma visibile al Vangelo in una comunità cristiana?

La Parola: molto è stato fatto nel secolo scorso per rimettere la Parola al centro della vita delle comunità cristiane. Molto può essere ancora sperimentato. In particolare è importante oggi favorire un approccio alla Scrittura che non si fermi, come spesso accade, a un livello intellettuale o cognitivo, ma tocchi in profondità il vissuto personale. Ciò significa da una parte sperimentare nuovi stili di annuncio, che risultino significativi per gli uomini e le donne di oggi. Per riuscire in questo i discepoli del nuovo millennio dovranno entrare in nuovi dinamismi di apprendimento: ricomprendere il carattere rivoluzionario dell’essenza del Vangelo e saperlo tradurre in modo comprensibile e interessante per tutti. Non solo per gli addetti ai lavori. D’altra parte sarà importante ripensare in profondità il modo in cui una persona entra nella libertà a far parte della comunità cristiana: i ‘processi di iniziazione’ alla fede che oggi si rivolgono nella maggior parte dei casi ai piccoli (retaggio di un modello efficace in un’epoca di cristianità diffusa che ora non c’è più). Questi processi, sempre più, dovranno essere ricalibrati per gli adulti.

La fraternità: il legame di fraternità, che diviene testimonianza attraente di Vangelo per tutti, in qualche modo oggi si è ‘ristretto’. Una vita fraterna reale non si vive soltanto attraverso la condivisione di momenti comuni, ma è espressione di un’appartenenza profonda. E, come ha ricordato Papa Francesco nella sua ultima enciclica, tutti sono fratelli appartenenti all’unica famiglia umana. Lo stile della fraternità dovrebbe caratterizzare tutte le relazioni di un discepolo e della comunità cristiana, non solo quelle vissute all’interno del perimetro ecclesiale. Forse per questo fraintendimento a volte si corre il rischio per i cristiani di limitare la propria attenzione alle persone che condividono un servizio dentro la comunità stessa, dimenticandosi che la cura delle relazioni nello stile della fraternità divengono testimonianza di Vangelo anche per altri, per quelli che ad esempio frequentano solo occasionalmente le celebrazioni, ma anche per tutti quelli che condividono la quotidianità.

La frazione del pane: la liturgia eucaristica è manifestazione reale della comunità ecclesiale e costituisce una sintesi straordinaria. Un vertice e una fonte per la vita cristiana. Anche qui dobbiamo essere riconoscenti verso coloro che nella compagine conciliare hanno messo in luce questi aspetti fondamentali della liturgia. Oggi però la liturgia, in particolare eucaristica, corre il rischio di non favorire una ‘azione comune’ ma di dividere. Ci sono alcuni muri che devono essere abbattuti per permettere a questo spazio di ritornare ad essere inclusivo: spazio per i ‘vicini’ e i ‘lontani’, spazio per i più acculturati e per i semplici, spazio per chi è saldo nella propria fede e per chi è in ricerca. Il modo in cui si celebra dovrà sempre meglio offrire a tutti un’esperienza di Dio davvero significativa.

La preghiera: nella sua forma personale e comunitaria costituisce l’ultimo pilastro della vita della comunità cristiana. Dal punto di vista pastorale, sarà necessario riscoprire nuove vie di accompagnamento alla preghiera facendo sì che le persone ritrovino il gusto e il sapore della preghiera, linfa vitale per la vita spirituale. Anche qui occorrerà tentare nuove vie di iniziazione e di sperimentazione ricreando opportunità di silenzio e distensione dai ritmi alti e dai rumori della vita ordinaria.

A questo punto si potrebbe proprio dire: «Beh, ha scoperto l’acqua calda!». Oppure riprendere in mano seriamente questi aspetti, propri del discepolato e della comunità cristiana, per avviare in modo non superficiale nuovi processi che generino ‘segni’ di Vangelo. Con fiducia, senza paura, nella consapevolezza che lo Spirito già sta trasformando le forme dei ‘segni’ ecclesiali attuali per renderli maggiormente efficaci per la crescita del Regno di Dio.

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