I custodi del fuoco

APPRENDERE UN NUOVO MODO DI ESSERE CHIESA: NUOVI MODELLI RELAZIONALI E ORGANIZZATIVI NELLA COMUNITA’

Don Alessandro Castellani

Siamo felici di accoliere un secondo contributo di don Alessandro Castellani, parroco della diocesi di Verona, dove ci offre la sua testimonianza e il cammino che sta facendo nella sua comunità, all’insegna della conversione pastorale. Ci narra di un elemento importante per la guida di un processo di cambiamento, quello dei ‘Custodi del fuoco’: una piccola equipe di laici che insieme ai presbiteri si prendono cura del sogno condiviso, delle relazioni e del cammino comunitario.

***

Mi sono imbattuto nell’espressione “Custodi del fuoco” ormai un anno fa: se fossi stato in un cartone animato mi avrebbero disegnato con gli occhi luccicanti e con una lampadina accesa sopra la testa. Queste tre parole, che prima di allora non avevo mai combinato insieme, mi hanno tanto affascinato all’inizio quanto sono servite in seguito ad accompagnarmi in una fruttuosa conversione del mio essere parroco.

Ma dobbiamo fare subito un passo indietro, o più di uno, fino a 17 anni fa.

Ero già prete da alcuni anni, ed era finalmente venuto anche per me il tempo in cui mettermi alla guida di una comunità, con lo spirito del pastore e con l’affetto del padre. Parroco, da solo. In realtà sono stato formato proprio per questo, più per un fatto culturale che per la teoria degli studi teologici e pastorali. Tutti, vedendo uno in abito talare o in clergyman, hanno in mente cosa il prete dovrebbe fare, cosa dovrebbe dire, come si dovrebbe atteggiare. Lo sanno i fedeli, che non mancano di lamentarsi quando incrociano un prete in abiti civili, riconoscibile al massimo da una piccola croce sul petto; e lo sanno anche i candidati al sacerdozio, che rispondono alla chiamata vocazionale concependo se stessi nel vestito dell’immaginario comune. Basta citare la saga di don Camillo a Brescello, un prete sui generis, ma ben riconoscibile negli stereotipi del modo di essere parroco. Più in profondità, ogni prete è figlio del presbiterio della propria Diocesi e della sua storia. La mia tiene cari nell’album di famiglia numerosi preti, fondatori di istituti religiosi in particolare nel XIX secolo: tra di essi cito solo il vescovo san Daniele Comboni, il cui carisma ha superato i confini della nostra Diocesi. E con lui molti altri, noti per lo più solo nel nostro contesto locale. Tutti preti santi, ma in fondo solitari, numeri primi. La storia di quel tempo aveva bisogno di attori principali, capaci di interpretare i segni dei tempi e di attirare attorno a sé le migliori energie a servizio del Regno di Dio.

Portando con me un bagaglio culturale di questa forma, entrai in quella che sarebbe stata per un po’ di tempo la mia casa, non prima di aver visitato quella chiesa che mi sarebbe diventata familiare. Mi guardai attorno con attenzione, e cercai di capire cosa mi fosse stato lasciato in eredità e come io potessi intervenire per metterci del mio.

L’entusiasmo della prima notte da parroco durò poco. Dopo poche settimane iniziarono a spuntare quei problemi che da giovane prete non mi avevano mai toccato. Non mi riferisco solo al tetto che gocciola, al conto in banca che galleggia stentatamente, ai conti da pagare. Ad essere faticoso è soprattutto il lavoro di tessitura delle relazioni. Quando mi trovavo in una parrocchia con più preti avevo sottovalutato il fatto che le nostre reciproche qualità ci aiutavano a compensare i nostri limiti, e che il ventaglio dei nostri stili offriva alla nostra comunità maggiori opportunità. Trovandomi solo, mi accorsi che tutti guardavano a me. Mi capita tutt’oggi non di rado di sentirmi sotto pressione e di percepire che mi venga richiesto qualcosa che faccio fatica a dare. Non è questione di pigrizia: si sa che il servizio nella Chiesa richiede dedizione, impegno e obblighi ai quali ci si dedica senza orari. Il problema sorge quando mi viene richiesto qualcosa che non posso dare, perché nonostante i miei sforzi proprio non ne sono capace; o qualcosa che non voglio dare, perché contrasta con la mia immagine di fede e di Chiesa, quando mi vengono chieste pratiche che in fondo sconfinano nella superstizione.

So di deludere qualcuno. E quando accade, in verità io stesso mi sento deluso. So che qualcuno potrebbe sentirsi allontanato dal mio modo di fare. E, per quanto io sappia che al contempo altri si sentano coinvolti grazie a questo stesso modo di fare, per me rimane una sofferenza interiore.

Ripensando al tempo in cui abitavo con altri preti, anche se la convivenza non era sempre facile, intuisco che la comunione presbiterale sia oggi una risorsa molto importante. Mi sono via via convinto che se la Chiesa del XIX secolo aveva bisogno di profeti, e ha generato fondatori, la Chiesa del XXI secolo ha bisogno di fratelli, e immagino che dovrà generare comunità presbiterali. Per primi ne abbiamo bisogno noi preti per trovare nel confronto il necessario supporto di comunione e per mantenere il nostro equilibrio interiore in una spiritualità condivisa.

Mentre mi intrattenevo in queste riflessioni, in attesa di vedere qualcosa di concretizzato, ho dovuto partecipare al funerale di un confratello. A conclusione del funerale, il Vescovo si rivolse ai fedeli nella chiesa gremita, confidando la difficoltà di trovare in tempi brevi un prete da nominare come parroco. Il numero dei preti in Diocesi sta progressivamente calando e sono già quasi un terzo del totale le parrocchie che non hanno più il parroco residente. Nessuna di queste è stata soppressa, ma data in carico da altri parroci nel contesto di collaborazioni interparrocchiali o unità pastorali.

Tornai a casa pensando al confratello deceduto con dispiacere, ma con la certezza della fede circa la sua rinascita in Cristo; e anche pensando con uguale dispiacere che la prospettiva di vivere in una comunità presbiterale sia di difficile attuazione, dato che le urgenze stanno semmai diradando la presenza dei preti sul territorio.

Poi, ormai un anno fa, ho partecipato ad un seminario per accompagnare il rinnovamento della pastorale: fu allora che trovai l’espressione “Custodi del fuoco”, e mi lasciai affascinare dalle prospettive che si aprivano dentro di me, tanto da spingermi a immaginare qualcosa di nuovo per me e per la mia parrocchia.

Ho intuito che la mia ricerca di comunione era sincera e appropriata, ma mi stavo limitando ad orientarla in un’unica direzione. Stavo trascurando di guardare molto più vicino a me, dentro a quella stessa comunità nella quale sono a servizio. Eppure avrei dovuto arrivarci da solo: il Concilio Vaticano II ci ha lasciato un’eredità molto ricca in ordine alla conformazione comunitaria della Chiesa. Tante volte ho letto della necessità di valorizzare i talenti individuali in una ministerialità feconda, ma ho sempre pensato che questo significasse semplicemente saper catalizzare e animare quella disponibilità che alcuni sanno manifestare. Mi sono preoccupato di organizzare iniziative e progetti, e ho mosso appelli perché qualcuno si prendesse carico dei compiti necessari al loro svolgimento. Ed è stato sempre più difficile. La gente ha sempre meno tempo, e oggi la gamma di possibilità in cui impiegare il tempo libero è molto più nutrita che in passato. Più che valorizzare talenti e mettere ciascuno al posto giusto, ho finito per chiedere a qualcuno di fare il tappa buchi. Mi sono concentrato sulle “cose da fare”, e non mi sono sufficientemente reso conto che si stava spegnendo il cuore della fede, il “perché” che ci anima. Di fronte alle ceneri del nostro passato, capisco che il Concilio, e il Vangelo prima ancora, in realtà non ci chiedono di fare questo.

Non si tratta di cambiare tipo di attività per stare al passo di mode passeggere, ma di entrare in un processo di rigenerazione dell’evangelizzazione, tanto profondo quanto il cambiamento epocale che stiamo vivendo. C’è da entrare in un modo nuovo di essere Chiesa, partendo proprio dal significato autentico del Magistero del Concilio. Dobbiamo imparare nuovi modelli relazionali e organizzativi nella comunità, e occorre superare le resistenze che si verificano quando si prova a modificare consuetudini, abitudini, tradizioni consolidate. Mi ha molto colpito ritrovare per una seconda volta, in un contesto diverso dalla prima, l’espressione “custodia del fuoco”. L’ha rilanciata lo stesso papa Francesco, citando il pianista e pensatore Gustav Malher: “La tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco. Omaggiare la tradizione è mantenere vivo quel fuoco che brucia nei solchi lasciati dalle vite di chi ha abitato questa terra.[…] Ecco che nasce la necessità di costruire una custodia, dove non si opprime la sua fiamma ma la si plasma e si alimenta per consegnare un’eredità alle generazioni future”. Se proviamo a non pensare alle tradizioni – cioè alle pigre abitudini della ruotine pastorale – ma alla Tradizione – cioè alla trasmissione della fede che ha arricchito il messaggio del Vangelo con la testimonianza delle generazioni che ci hanno preceduto -, allora desidero davvero costruire per la mia parrocchia qualcosa per custodire questo fuoco vitale.

Lo si fa raccogliendo alcune persone attorno a questo principio, proprio come quando ci si ritrova attorno al fuoco in un campo scuola estivo. Ci sono subito due rischi da evitare: il primo è che chi viene chiamato capisca che gli venga richiesto l’ennesimo servizio pastorale, da aggiungere all’elenco delle mille attività che sta già seguendo; il secondo è che si vada alla ricerca di persone compiacenti, incapaci di un pensiero critico e destinate a enfatizzare le proposte del pastore-leader, finendo solo per assolutizzarle e per condannarle all’asfissia. La necessità di evitare questi due rischi è già una conversione, non facile per me e men che meno per i laici impegnati nella mia parrocchia che, come dappertutto, sono stati educati al clericalismo e sono cresciuti come collaboratori più o meno validi, sempre gregari.

A questo punto mi sono buttato, chiedendo aiuto allo Spirito Santo. E così ho notato che tra i parrocchiani più presenti alcuni avevano una marcia in più: ho fissato lo sguardo in particolare su tre o quattro con i quali nei mesi precedenti avevamo vissuto esperienze significative, e con i quali in qualche occasione abbiamo anche dibattuto in modo aspro. Ho posto attenzione a questo come un segnale incoraggiante: ecco quel pensiero critico che sa non ridursi ad una sterile mormorazione, per orientarsi al bene di tutti. Ho visto persone che possono dire quello che pensano, senza puntare il dito, perché si sono prese a cuore una iniziativa comunitaria, non come un compito loro assegnato, ma come qualcosa che è finito nel loro patrimonio personale.

Le ho avvicinate ad una ad una: «Vorrei chiederti di costruire insieme con me una piccola equipe, che chiameremo “Custodi del fuoco”». «Ci penserò, se mi dici di che cosa si tratta. Cosa dovremmo fare? Quanto tempo mi porterà via?». «Non lo so. Lo capiremo insieme. So solo che non si tratta di fare cose, e che la tua parrocchia ha bisogno di te più che del tuo tempo».

Non so bene per quale motivo, forse per curiosità o per incoscienza, o forse perché semplicemente la mia domanda ha dato voce ad una Chiamata alla quale non si può dire di no; di fatto le persone che io avevo avvicinato hanno aderito al mio invito. Avevo immaginato di coinvolgere contemporaneamente anche i loro coniugi, in modo da rendere evidente il carattere sacramentale di questa missione di custodia. In realtà siamo abituati a pensare alla guida della parrocchia come un compito riservato al ministro ordinato, al quale compete la presidenza dell’assemblea liturgica, e per Diritto Canonico anche la responsabilità della vita pastorale e dell’amministrazione. Senza disconoscere il ministero di presidenza derivante dal sacramento dell’Ordine, e senza voler delegare alcune incombenze di guida della comunità per non cadere in un’inedita versione di clericalismo laicale, intuisco che questa sia un’occasione buona per dare vita ad una guida della parrocchia all’insegna della corresponsabilità, che trae la sua forza proprio nel rapporto sacramentale tra battezzati ordinati e battezzati sposati. In breve tempo, abbiamo capito che questo valore sarebbe stato preservato anche quando i coniugi non avessero partecipato alla nostra equipe: ciascuno dei membri ingaggiati porta sempre con sé, insieme ai suoi talenti, la Grazia ricevuta nel sacramento che vive. A ciascuno abbiamo dato una lampada ad olio da conservare nella propria casa, come segno del fuoco da custodire: in questo modo, seppur indirettamente, tutti i membri di queste famiglie partecipano alla nostra missione. E una lampada uguale alle altre brucia nel mio studio, in canonica.

La risposta che avevo dato al momento dell’invito era sincera: davvero non potevo sapere cosa avrebbe significato intraprendere questa strada e per quali vie ci saremmo inerpicati, e ancora non lo so. Abbiamo solo mosso qualche passo, aiutati dal confronto con altre esperienze avviate vicino a noi, che ci precedono di poco; dal sostegno dei responsabili della nostra Diocesi; dal supporto del Centro Studi “Missione Emmaus”. Ci ha aiutato soprattutto mettere il nostro servizio nel solco della preghiera condivisa e dell’ascolto della Parola di Dio.

Abbiamo concentrato i nostri primi passi alla ricerca di sintonia, per condividere aspettative e punti di vista, speranze e timori. Abbiamo lavorato per trovare il metodo necessario a darci il giusto orientamento e per incontrarci attorno ad un vocabolario riconosciuto. Per il momento, non ci sembrava opportuno dare particolare risalto all’interno della parrocchia alla gestazione di questo gruppo.

Mentre stavamo cominciando ad ingranare, ci siamo ritrovati chiusi in casa per tutta la Quaresima e oltre, e questo avrebbe potuto insabbiare ogni speranza di veder germogliare un seme appena piantato. Invece è stato il momento di sperimentare sul campo il senso della corresponsabilità. In quel periodo non abbiamo smesso di dialogare grazie ai canali informatici: da parte mia, ho trovato un appoggio, indispensabile per non sentirmi sopraffatto dalle conseguenze pastorali dello stop che stavamo vivendo, e per ritrovare nel tempo della tempesta la mia serenità, la lucidità, l’equilibrio. Grazie a questo ho potuto offrire alla mia comunità alcune riflessioni, in forma scritta o attraverso qualche video o nelle omelie in streaming, che hanno saputo infondere speranza e aprire alla possibilità di trasformare l’emergenza nel germoglio di una vita nuova. Da parte loro, i “Custodi del fuoco” della mia parrocchia hanno ritrovato loro stessi nelle riflessioni pubblicate da me, le loro osservazioni e il loro contributo di idee e di prospettiva. In seguito, mi hanno riferito di aver letto i miei scritti provando un sentimento nuovo: la consapevolezza di aver partecipato alla costruzione del pensiero, e non più solo come destinatari del messaggio. Hanno compreso in modo nuovo il senso di comunità come famiglia: quella domestica e quella parrocchiale in forme diverse, sono la realtà nella quale vivi e che ti appartiene perché le appartieni, e nella quale ti dedichi senza fare conto del tempo e delle energie impiegate, perché ciò che dai e che ricevi è lo scambio di amore che dà sapore alla vita. Hanno trovato un modo maturo di vivere la fede e il rapporto con Dio.

Nei mesi successivi ci siamo dedicati a rendere un tesoro condiviso il bagaglio di quanto avevamo messo insieme. Era il momento di chiamare altre persone attorno a questo fuoco, anzitutto per consentire loro di goderne il bagliore e il calore, e poi per spartire il compito di custodia. Oggi siamo avviati in un cammino di rinascita della nostra parrocchia, dopo esserci ritrovati vivi attorno all’eucaristia domenicale: siamo convinti che mentre noi stiamo custodendo il fuoco, il Fuoco custodirà noi e ci farà crescere. Forse non nella quantità dei numeri, di certo nella qualità delle relazioni.

Un po’ alla volta, altri prenderanno il posto dei primi Custodi del fuoco in questa equipe parrocchiale, e questo avvicendamento avrà l’effetto di rendere possibile ad altri di entrare in un rapporto nuovo con la Comunità, senza che chi esce dimentichi il valore di ciò che ha vissuto. Tra coloro che si avvicenderanno ci sarà il parroco stesso, e colui che verrà potrà trovarsi inserito nella Comunità per mezzo dei Custodi, senza che la parrocchia sia costretta a ripartire daccapo, dovendo assumere di volta in volta nuovi linguaggi e nuove consuetudini, adattandosi alle sue.

La realtà di questi mesi è meno facile di come appare su un racconto sommario: a me e a ciascuno dei membri dell’equipe serve sicuramente tanta pazienza nell’accettare il ritmo lento dello sviluppo di un processo; serve realismo, che ti fa fare i conti con il lavoro, con il calendario, con le relazioni familiari, con il rapporto con gli altri e con le loro attese; serve costanza e dedizione, ben oltre i limiti della buona volontà; serve l’umiltà e la capacità di perdonare e di perdonarsi; serve il coraggio di non voler tenere in mano tutte le soluzioni. Prima di tutto serve la fede: ed è questo che ci fa sperimentare il concreto sostegno dello Spirito e che ti mette dentro il desiderio profondo di muovere il prossimo passo.

È così che è iniziata la mia conversione di parroco. Ho trovato la corresponsabilità come una vera opportunità, non come un rischio o un limite. Entrare in uno stile corresponsabile non significa delegare qualche comando e affidare a qualcun altro un settore specifico della pastorale; è guidare insieme. Non significa nemmeno aggiungere sedie alla cabina di regia, o dare ad altri le chiavi della stanza dei bottoni; la nostra equipe non è il luogo delle decisioni, ma il luogo del discernimento. È entrare in un nuovo equilibrio di relazioni che non sminuisce il mio compito di guida della comunità; semmai lo arricchisce e lo consolida attraverso una visione meno parziale della parrocchia. È un nuovo equilibrio che non mi sottrae alcuna responsabilità, ma mi permette di viverle tutte con meno apprensione e di sentirmi meno solo.

Pensavo che la mia vocazione ponesse me a servizio della comunità, e grazie a questa conversione mi ritrovo da essa servito nella mia dimensione umana e spirituale. Ho cercato comunione dapprima nella fraternità presbiterale, e ho capito che vivere in comunione, alla pari, nel rispetto reciproco dei ministeri nella Chiesa, rafforza la fede della comunità, e insieme anche la mia.

Rivedo il cartone animato che mi disegna con gli occhi spalancati: per quel che posso vedere adesso, solo all’inizio di un nuovo cammino di Chiesa, mi rendo conto di come la lampadina accesa dentro di me un anno fa ci abbia portato ben oltre ogni aspettativa. E non ci fermiamo qui. 

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