‘A che punto è la notte?’

I TRE COMPITI STRATEGICI DELLA PASTORALE-SENTINELLA

Roberto Mauri, Fabrizio Carletti

Una narrazione e una riflessione per proseguire l’analisi della pastorale oggi. Tre compiti strategici ci si pongono di fronte: la Chiesa di fronte all’elaborazione del lutto; la dimensione narrativa dell’annuncio; i nuovi modelli organizzativi.

Fa freddo e tutto intorno è notte. Faccio fatica a trovare stelle in questa notte. Faccio fatica a scaldarmi al piccolo fuoco che tengo acceso qui nel mio stretto punto di osservazione. Da quanto dura questa notte? Sono anni oramai. Lo sguardo va oltre le mura, verso un orizzonte carico di minacce e pericoli, di sorprese e mistero. Attendo. Ogni tanto furtivamente i miei occhi scivolano dietro le mie spalle per scrutare la città. Flebili luci sospirano nel buio come i suoi abitanti che al sicuro, protetti, si addormentano strozzando un sorriso al volto che gli è affianco. Arriverà il giorno. E finché non arriverà rinforziamo le mura, proseguiamo i lavori, manteniamoci in vita.

Quando era il giorno, ho visto cavalieri tornare per raccontare di imprese, di eventi meravigliosi che per giorni hanno alimentato i fuochi della città. Racconti di speranza, racconti terrificanti di guerra, racconti di innamorati perché alla fine è sempre dell’amore che le nostre anime parlano al termine del giorno. E di queste parole ci nutrivamo e di queste parole vivevano gli abitanti dentro le mura.

Sono passati anni e nessuno più attende il giorno. Nessuno più che viene a chiedermi a che punto è la notte. Si sono sviluppate teorie complicate ma ragionevoli sul perché non arrivi più il giorno. E tanto la gente non ci fa più nemmeno caso. Teorie secondo cui il sole sta mutando la sua orbita, secondo cui è stato oscurato da un altro ammasso celeste, secondo cui gli abitanti non erano più degni della sua luce o per colpa di altri che lo hanno troppo a lungo insultato per aver reso aridi i campi e nulli i raccolti. Per altri è il sole il solo responsabile di tutto questo. Per altri ancora è la luna che si è imposta sul sole sconfiggendolo in un duello epico e definitivo, calando le ombre per sempre su tutta la terra. Infine c’è chi inizia a pensare che la luce sia stata solo una grande illusione antica, un mito o un difetto oculare, una percezione errata dei riflessi lunari e che in realtà il sole non sia mai esistito.

“Sentinella, a che punto è la notte?”. Quando mi è stata rivolta l’ultima volta questa domanda? Difetto anche io di memoria oramai. Ne ho nostalgia. Perché era di quella domanda che vivevo più ancora dell’avvistare una lepre selvatica o inseguire il fruscio di un topo tra una sparuta selva di ombre, dei messaggeri provenienti da altre città fortificate oltre l’orizzonte, o dal lasciarmi distrarre dal chiasso operoso alle mie spalle. Era attraverso quella domanda che restavo vigile, che sentivo di far parte di quella comunità, che mi mantenevo vivo e utile. A quella domanda non avrei potuto dare risposta, se non invitare a tornare per chiedere ancora ‘a che punto è la notte?’. Avrei rinnovato la mia convinzione che dopo la notte viene il mattino, dopo un buio così lungo una nuova luce. Ma le tenebre che mi circondano ora mi fanno più paura, perché non viene più quella domanda, perché mi chiedo a questo punto se sono una sentinella, se sono su un muro e a che servano queste mura, se quella fuori è la terra inesplorata o se è dentro ora la notte. I cavalli se ne stanno placidi nelle stalle, grassi e molli. Non galoppano più oltre le mura, non desiderano nemmeno più l’estensione dei prati. Viviamo di un eco. La notte comunica alla notte l’eco di parole conservate al sicuro negli scaffali e nelle librerie della città.

Fisso nel buio un punto lontano, in alto, nel cielo. Ma nella notte fonda tutto si mescola, il cielo e la terra, tutto è indistinto. Ci sono momenti, come questo, in cui mi sembra di scorgere un luccichio, l’eco di luce di qualche stella lontana migliaia e migliaia di chilometri. Forse una stella già morta. Mi sembra di vederla proprio ora quella flebile luce, come un grido verso di me, verso noi tutti qui rinserrati. Un grido ultimo, disperato, forse un invito, forse una domanda. Vi confido, ma non ridetene, che a volte ci parlo con quella stella, come se condividessi con lei una sorte, una solitudine. ‘Stella, quanto manca al giorno?’. È come se lei vivesse di questa mio chiedere, interessarmi, farmi presente.

E se scendessi da questo muro? Oramai nessuno mi chiede più. E se prendessi un cavallo e mi allontanassi dalla città, varcando la porta oltre le mura, verso l’inesplorato? Chi vi ha provato è stato accusato di tradimento, di codardia o di pazzia. Nessuno di loro è mai tornato. Si muore fuori dalle mura, non ci si può vivere! Con questa affermazione si evita ogni sorta di sbandamento, di cedimento o fuga fantasiosa. La realtà è questa qui dentro, ma quando sarà il momento arriverà potente dall’alto un segno e allora non ci sarà più muro di separazione e tutto sarà benedetto, sanato, ogni collina spianata, ogni sozzura purificata… così dicono. Se solo qualcuno venisse a domandarmi ancora ‘Sentinella, a che punto è la notte?’, potrei invitarli a tornare, a domandare ancora, a tenere viva questa piccola fiamma che fatico a custodire per quanto poco riesca ancora a scaldarmi. 

***

La sentinella che ricerca i primi segnali dell’alba è figura della situazione attuale della pastorale, divisa tra vigile attenzione e attesa inerziale. Oggi infatti, in questo tempo ecclesiale apparentemente fuori dal tempo, la pastorale è chiamata – lo voglia o meno, ne sia capace o meno – a sviluppare e svolgere un ruolo di sentinella di quanto (non) accade nella comunità cristiana.

Cosa significa essere sentinella? Cosa distingue una buona sentinella? La risposta si può riassumere nella capacità di operare come ‘vedetta’, ovvero assumere una posizione non passiva (sentinella come difesa dei confini) ma attiva (sentinella che vede più lontano e si accorge del nuovo prima degli altri).

La vigilante attesa pastorale, tuttavia, non è sufficiente se non si appoggia su uno sguardo orientato: sappiamo (come ben ci sta ricordando la questione dei tracciamenti e tamponi covid di questi giorni) che si trova quello che si cerca e si cerca quello che si presume di trovare.  

Nel nostro caso lo sguardo orientato equivale al discernimento, termine sempre più impiegato ma sempre più spesso mal applicato in ambito pastorale: anche per usare discernimento, infatti, occorre discernimento…  Privata del discernimento lo sguardo e l’attenzione della sentinella rischiano di essere vani e vuoti: il segnale non si attende, si cerca e per certi versi anticipa. Attendere il Regno di Dio equivale a decidersi per esso, non semplicemente aspettarlo passivamente. Viceversa, il rischio per la sentinella-pastorale è fare la fine del sottotenente Drogo del romanzo ‘Il Deserto dei tartari’: sopravvivere nell’estenuante e deludente attesa della minaccia di un’invasione, l’antitesi della certezza del compimento della Promessa.

Per evitare questa sterilità e dispersione, sotterrando il talento ricevuto, è decisivo per la pastorale (ri)definire i suoi compiti strategici nello scenario della Chiesa italiana di oggi. A questo riguardo a nostro avviso i tre compiti della pastorale sono:

  1. AFFRONTARE ED ELABORARE SERIAMENTE IL LUTTO DELLA PERDITA

E’ ancora largamente incompiuto nelle comunità cristiane il lavoro di accettazione della perdita della tradizione religiosa e della crisi dei processi intergenerazionale di trasmissione della fede. La pastorale ha il compito di aiutare e sostenere le comunità dei fedeli nella elaborazione di questo delicato e difficile passaggio.

Non si tratta tanto/solo della presa d’atto della avvenuta secolarizzazione, non è più sufficiente produrre riflessioni teologiche sul popolo di Dio e interpretazioni di sociologia religiosa. Sarebbe come affrontare la perdita di una persona cara leggendo e rileggendo referti e diagnosi mediche.

A fronte di tale perdita, è invece urgente, non ulteriormente rinviabile, favorire la rielaborazione pastorale dei significati assegnati alla sfera religiosa della vita, tenendo conto della crescente libertà e apertura con cui si interpreta e vive l’ambito di fede e nel contempo il maggior vissuto di solitudine di molti credenti.

La pastorale ha il compito di proporre e testimoniare nuovi percorsi di senso, nuove trame di significato intorno ai temi vitali intaccati dalla perdita dei tradizionali riferimenti religiosi: agire il discernimento pastorale oggi comporta superare quelle forme di estenuante negoziazione tra passato e presente, che alimentano illusioni tra devozionalismo e scaramanzia (“se saremo più devoti, potremo continuare a…”; “se supereremo questo momento, promettiamo di…”). Come pure, occorre evitare forme (più gravi) di ‘negazione’, ovvero avallare prassi in cui tutto può/deve continuare come prima ed i ‘posti vuoti’ devono essere riempiti subito per non “indebolire” la comunità.

Al contrario, la pastorale ha il compito di facilitare processi comunitari che funzionano con aperta e sincera condivisione, in cui l’elaborazione del lutto della perdita procede attraverso l’attenzione e la consolazione reciproca: perché la mancanza non diventi assenza ma memoria aperta al futuro, lasciando che ‘ i morti seppelliscano i loro morti’.

2. RECUPERARE LA DIMENSIONE NARRATIVA DELL’ANNUNCIO

La pastorale in questi ultimi decenni ha molto privilegiato un approccio progettuale, fino a lasciar intendere che fare pastorale significasse fare progetti, piani, programmi. Il linguaggio pastorale è diventato linguaggio progettuale: analisi, obiettivi, metodi, piani lavoro, gestione risorse, verifica…

Ogni ufficio o realtà pastorale che si rispetti giustifica la sua esistenza attraverso progetti propri, ovviamente distinti da quelli dell’ufficio accanto, salvo lamentarsi della loro proliferazione, sovrapposizione, carenza di coordinamento (altro termine tipico di questo approccio).

Nemmeno la sottolineatura che ‘realtà supera l’idea’ (Evangelii Gaudium) sembra aver intaccato questa impostazione. La bontà dell’azione pastorale è spesso associata alla capacità progettuale, salvo poi constatare che le competenze progettuali presso le realtà ecclesiali non sono poi così ovvie e diffuse come auspicato e verificare che in buona parte dei casi ciò che si è progettato non si realizza come dovrebbe o non sortisce gli effetti sperati.

Curiosamente, infatti, accade che anche quando si cerca di rimediare al fallimento di un progetto si elaborano allo scopo ulteriori progetti: probabilmente la pastorale non sembra conoscere il principio strategico secondo il quale quando la soluzione (progetto) ad un problema (evangelizzazione) risulta inefficace, è proprio l’insistere su quel tipo di soluzione a diventare il problema. Ma “non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”. (A. Einstein)

L’utilizzo di un approccio e linguaggio progettuale ha portato la pastorale a trascurare e sottovalutare altri possibili approcci, primo fra tutti quello narrativo, particolarmente incisivo e significativo nella sensibilità attuale, perché capace di legare insieme esperienza, ragione, espressione di sé ed emozione.

L’opzione pastorale a favore dell’adozione del modello narrativo nasce dal fatto che “noi viviamo delle storie che raccontiamo, siamo il nostro stesso racconto, ed è eminentemente così nel caso della Bibbia, che è un santuario del pensiero narrativo”. (JP. Sonnet)

Il secondo compito della pastorale consiste dunque nel prendere atto dei limiti di un approccio sbilanciato su una esigenza di controllo, di sistematizzazione, di linearità, per recuperare la valenza evocatrice e di coinvolgimento globale ed esistenziale che caratterizza il modello narrativo, nella consapevolezza che l’annuncio salvifico si presenta in termini di ‘storia della salvezza’, ovvero come ‘buona Narrazione’ (eu-Vangelo). È un cambio di approccio profondo rispetto a quello da cui veniamo, dove a partire da un’analisi della realtà si potevano fissare obiettivi chiari e procedere con azioni strutturate. L’approccio narrativo consente alla pastorale di meglio attivare uno scambio fecondo di ragioni di vita e di speranza, arrivando a far interagire l’annuncio salvifico dentro le storie di vita delle persone e comunità. Nel contempo esso ospita e rilegge la vita di persone e comunità nell’ottica dell’annuncio salvifico: accoglie nel suo mondo di valori e significati e si fa accogliere in quello delle esperienze degli interlocutori.

3. SPERIMENTARE NUOVI MODELLI ORGANIZZATIVI

L’attuale modello di organizzazione pastorale è impostato, nella gran parte dei casi, in termini verticali e gerarchici, in cui i processi decisionali, linee guida e procedure procedono dall’alto al basso, dalla curia alla parrocchia, dal parroco ai collaboratori, dai consacrati ai laici.

Si tratta di un modello organizzativo molto strutturato e ben consolidato, come testimoniano gli organigrammi interni di molte strutture ecclesiali.

Questo tipo di organizzazione pastorale presente, tra le altre, due caratteristiche: una impostazione a ‘canne d’organo’, ovvero la suddivisione per settori di specializzazione (‘uffici’, ‘commissioni’, ‘gruppi’ pastorali, a seconda delle realtà ecclesiali) che punta a garantire il massimo dell’efficienza e della capillarità; la tendenza a riprodurre il tutto nella parte, ovvero replicare la stessa logica ‘macro’ (diocesi, curia) nei contesti ‘micro’ (parrocchie, unità pastorali).

Il modello presenta il vantaggio di garantire stabilità, sicurezza e protezione contro occasionali eventi perturbanti o situazioni critiche, ma a sua volta necessita di stabilità e sicurezza: esso funziona finché il contesto risulta altrettanto stabile ed in assenza di grandi cambiamenti.

Le inevitabili rigidità di questo modello di organizzazione pastorale sono state fino ad ora compensate da un ampio ricorso a forme di adattamento in base alle specifiche esigenze: in breve, poca autonomia nel definire le linee pastorali, grande discrezionalità nell’attuarle, molta obbedienza formale poco ascolto sostanziale. Significativa al proposito la nota vecchia battuta che ‘ogni parroco è vescovo nella sua parrocchia …’ una situazione che scontenta tutti (sia i vertici che la base ecclesiale lamentano di non essere seguiti o ascoltati) ma che alla fine giustifica le scelte di ciascuno.

Questo modello di organizzazione non sembra poter reggere oltre, a fronte dei profondi e continui cambiamenti avvenuti all’interno ed all’esterno del mondo ecclesiale negli ultimi decenni, a maggior ragione a seguito dello tsunami pastorale prodotto dall’emergenza covid negli organismi e comunità cristiane a tutti i livelli. Oggi la specializzazione è diventata frammentazione, la replicabilità scivola della deresponsabilizzazione, l’efficienza (fare bene) non si traduce in efficacia (fare il bene).

Il terzo compito della pastorale è dunque quello di immaginare e avviare con umiltà e coraggio sperimentazioni di nuovi assetti organizzativi, andando decisamente oltre le risposte adattative, pur necessarie, nella direzione di modelli ‘antifragili’, ovvero in grado di accogliere e imparare dalle singole fragilità, metterle in rete per tessere nuove trame di senso. Analogamente a quanto accade nelle grandi città, in cui il rapporto tra centro e periferie si è andato trasformando (fino a far ipotizzar che le periferie -gli ‘scarti urbani – sono il ‘nuovo centro’) sarebbe opportuno rileggere la relazione tra centro e  ‘periferie ecclesiali’ ovvero introdurre un approccio orizzontale e sinodale, favorire formule ad alta corresponsabilità, costruire processi decisionali che non passino tutti da un punto, ossessionati dalla necessità di ribadire l’autorità del centro.

L’edificio ecclesiale rischia di accumulare e non vedere molte ‘pietre scartate dal costruttore’: si tratta invece di rileggere i piccoli errori, l’imprecisione, l’incertezza quali preziose fonti di apprendimento, attivatori di efficaci processi di discernimento per illuminare la prassi ed evitare altri errori più grandi; innestare pool spontanei, leggeri, unendo soggetti di ambiti diversi per elaborare qualcosa di nuovo e trasversale, con la possibilità di fare piccole sperimentazioni sul territorio senza troppi passaggi burocratici e  necessariamente legarsi a quello che c’è già.

***

Se la pastorale vuole veramente essere sentinella del futuro ecclesiale, attenta vedetta in grado di scorgere e anticipare i segni del nuovo giorno, occorre che essa diventi fattore ‘liberante’ non semplicemente ‘conservante’. I tre compiti strategici della pastorale si riassumono in un unico mandato: ‘sciogliere e lasciar andare’, ovvero liberare il cambiamento ecclesiale per cambiare in meglio il volto delle comunità.   

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