Ars andata e ritorno

RIDARE CONCRETA FECONDITA’ ALLA VITA IN CRISTO PER RISANARE UNA PASTORALE MALATA

Don Alessandro Castellani

Accogliamo il contributo di don Alessandro Castellani, parroco della parrocchia di Pedemonte della diocesi di Verona che ci narra attraverso l’esperienza vissuta ad Ars con un gruppo di sacerdoti diocesani, le profonde e chiare riflessioni fatte sul senso di attivare processi pastorali per il tempo che stiamo vivendo. Ce lo narra con una prosa scorrevole, bella, ma anche con passione e puntualità, mettendo in luce gli elementi propri e utili a ripensare i modelli pastorali in atto. Insieme a questi altri confratelli stanno sperimentando un percorso di rinnovamento nelle loro comunità.

Ancora poco e saremo fuori. Il limitatore di velocità è regolato sui settanta, il camion che mi sta davanti procede alla mia stessa andatura ed è sempre alla stessa distanza. Se non fosse per le luci alle pareti che si susseguono a ritmo regolare, potrei pensare che sia fermo. L’attraversamento di questa galleria così lunga e monotona inizia ad essere sgradevole. Da qualche centinaio di metri siamo entrati in Francia: il segnale di confine quasi non si nota, ma stavolta l’abbiamo visto. Con un gruppo di preti stiamo andando ad Ars, poco lontano da Lione, nel villaggio del santo curato patrono dei parroci. Alcuni di noi tornano di nuovo: questo sta per diventare un appuntamento annuale sentito. Stavolta però è molto diverso. Anzitutto perché è la prima volta dopo alcuni mesi che usciamo dai confini della nostra provincia e che affrontiamo un viaggio più lungo di qualche minuto: sono passati solo pochi giorni dalla riapertura dei confini nazionali dopo il lockdown. È diversa dal solito anche la compagnia: conosco i preti miei compagni di viaggio perché apparteniamo alla stessa Diocesi, ma siamo di età diverse e siamo impegnati in contesti pastorali non vicini: capiremo meglio nei prossimi giorni le ragioni che ci fanno trovare insieme. Questo viaggio è particolare soprattutto per lo stato d’animo con il quale lo affronto: le altre volte era l’occasione per predisporre il calendario pastorale delle attività annuali. Stavolta invece ho l’impressione che il compito che ci attende sarà diverso, perché negli ultimi mesi sono molto cambiate le condizioni di vita nella società e nella parrocchia. Così come entrare nel tunnel del Frejus ha cambiato il ritmo del nostro viaggio, l’emergenza sanitaria che si protrae da qualche mese ha portato un vero sconquassamento delle abitudini della vita di tutti. Ho provato all’inizio un senso di smarrimento e di paura, di incertezza e di fragilità: il desiderio di un repentino ritorno alla normalità. Con il passare del tempo ha iniziato a prevalere la speranza di saper valorizzare questo tempo per un rinnovamento proficuo, che mi aiuti a orientare le migliori energie in ciò che conta davvero per rendere più feconda l’opera di evangelizzazione. A ben pensarci questo processo di rinnovamento era già necessario, e già avviato: papa Francesco aveva già definito il nostro tempo come un cambiamento d’epoca, e aveva sollecitato la Chiesa a saper mettersi in questa prospettiva alla luce del Vangelo. L’emergenza sanitaria ha semplicemente accelerato i tempi e ha offerto nuove chiavi di lettura sulle prospettive pastorali per il nostro tempo. Confido che ad Ars con il gruppo dei miei compagni di viaggio potremo aiutarci a trovare qualche punto fermo dal quale ripartire in modo nuovo. Vicino al villaggio c’è un monumento che ferma il dito del Santo Curato puntato verso l’alto, mentre dialoga con un bambino. Al suo arrivo in paese, il piccolo indicò al nuovo parroco la strada per arrivare alla chiesa e il prete promise che gli avrebbe indicato la via del cielo. Dopo due secoli, noi siamo qui non tanto per organizzare l’attività pastorale, ma soprattutto per metterci come i discepoli alla scuola del Maestro, provando a tenere fisso lo sguardo alla via del cielo. 

La nostra Diocesi ci ha consegnato uno slogan per attraversare questo periodo: “Andrà tutto nuovo”; un passo avanti oltre quel “Andrà tutto bene” che tante volte abbiamo sentito risuonare, e che si è fermato di fronte all’evidenza dei fatti. “Andrà tutto nuovo” non è solo il titolo di una semplice riorganizzazione funzionale. Non si tratta di una semplice operazione di maquillage, di cambiare il colore della carta o l’elenco del “chi fa-che cosa”. È una vera e propria conversione che tutti siamo chiamati a vivere. È una conversione necessaria perché il mondo è già cambiato attorno a noi, e i nostri modi di essere parrocchia fanno acqua da tutte le parti. Gruppi chiusi, mormorazioni reciproche e invidie, pochi volontari – e sempre quelli – impegnati in mille incarichi, abbandono della liturgia festiva a livelli mai visti, soprattutto tra le famiglie e i ragazzi del catechismo, il diffondersi di una ricerca di sacro che sfocia non di rado in superstizione, un’appartenenza superficiale che arriva difficilmente a condizionare in modo significativo le scelte della vita. Io ho incontrato molte delusioni, quando le energie spese e le attese non hanno portato i risultati sperati. Certo c’è anche molto di buono, e non tutto è perduto: persone che si mettono in gioco, alcuni che manifestano una fede viva, un certo senso di appartenenza che si alimenta alla comune partecipazione all’Eucaristia. La parte viva della Comunità – tutti noi, preti e laici – è probabilmente chiamata oggi a ricostruirsi in modo nuovo.

Il cammino che la nostra Diocesi ha intrapreso ci suggerisce di affrontare il rinnovamento più con la logica del processo che del progetto. Ed è difficile: noi siamo stati formati e siamo abituati a pensare con la mentalità del progetto. Come quando si costruisce una casa, il progetto aiuta a tenere in mano le misurazioni per guidare le fasi di costruzione corrispondendo ad un disegno già stabilito. Con un buon progetto in mano, non è difficile coordinare gli sforzi e tenere tutto sotto controllo. Fino a quando iniziano a saltar fuori troppi imprevisti. Il processo, invece, è imprevedibile per natura, perché assomiglia alla semina: il contadino predispone le condizioni utili alla germinazione e alla crescita, ma non sa quale forma prenderà la pianta, né in quali tempi, né quando avverrà il raccolto. Dal momento che ogni fase di cambiamento d’epoca è attraversata dall’imprevedibilità del futuro, tanto che solo le generazioni future sono in grado di vedere l’esito di un passaggio avvenuto, a me pare che il nostro tempo ci chieda l’audacia di saper avviare processi più che di realizzare progetti.

Il progetto parte da un bisogno: la lettura della situazione mette in evidenza le urgenze alle quali far fronte. Gli appelli crescenti da parte della società civile negli ultimi decenni hanno trovato molti tentativi di risposta nelle iniziative delle parrocchie. Grazie alla spinta dei princìpi della Dottrina Sociale, il mondo cattolico ha in molti casi supplito alle carenze dello stato sociale, e ha saputo professare in modo fermo il suo credo sulla dignità dell’uomo e del creato. Semmai il rischio è di dare per scontata la scelta di fede come anima dell’azione pastorale e caritativa; dobbiamo forse riconoscere che nel tempo la dimensione della fede si sia via via indebolita come motivazione dell’impegno sociale. Molte delle iniziative caritative ed aggregative, per quanto fatte idealmente nel nome di Gesù, hanno finito per mancare il loro punto di arrivo, ovvero Dio-nell’uomo, e si sono fermate a guardare l’uomo. Conosco nella mia parrocchia molti volontari, bravissime persone, che hanno perso ogni contatto con la preghiera, con la fede, con Dio. Il processo, invece, parte da un sogno: è lo sguardo su Cristo che rivela il volto del Padre e con lui dona lo Spirito, e fa della Chiesa la sua sposa per le nozze eterne. In fondo questo è il cuore del “buon annuncio”, il Vangelo, che incrocia la persona nella fase di vita che oggi sta attraversando e mette il Signore come un buon compagno di viaggio. Come verso Emmaus, egli è ancora capace di riscaldare il cuore con la sua Parola e farsi riconoscere nello spezzare il pane. Sapersi amati è la prima condizione per poter amare davvero. Lo sguardo riconoscente rivolto a Dio è tutt’altro che una contemplazione che distoglie dal presente: è la possibilità di dare il giusto sapore alle azioni di umana solidarietà.

La cura dei progetti ha l’ambizione di essere “per tutti”, e si preoccupa di come fare per ottenere questo scopo. Se l’universalità della risposta è la condizione necessaria, si dovranno semplificare le regole di ingaggio per rendere più facile l’adesione. Abbiamo imparato a farlo bene, come quando abbiamo moltiplicato il numero delle Messe per facilitare la partecipazione di molti, e oggi noi preti ci ritroviamo a correre da una chiesa all’altra per iniziare puntualmente la Messa successiva. Siamo diventati capaci di misurare la bontà dell’azione pastorale nei termini della partecipazione numerica. «Com’è andata la riunione di questa sera?», «Benone, c’era un sacco di gente!», o «Male, la sala era vuota». Anche l’avvio di un processo ha l’ambizione di essere per tutti, ma considera questa come la missione propria della Chiesa, un punto di arrivo verso il quale si cammina passo dopo passo, accompagnando uno alla volta ad un incontro proficuo con Gesù. Nella logica del seme, ciò che conta è il frutto, ovvero la vita fecondata dalla fede. E pensare che in natura in genere la qualità del frutto è inversamente proporzionale alla quantità.

La pastorale dei progetti è dichiarativa: non tralascia mai un congruo tempo dedicato all’analisi delle situazioni, e dedica tempo all’elaborazione sulla carta; prevede già all’inizio ciò che dovrà realizzarsi; fissa date e scadenze per il raggiungimento degli obiettivi; cerca e convoca collaboratori che aderiscano agli intenti dichiarati e che se ne facciano carico fedelmente. Se l’intenzione è quella di mettere il progetto a servizio di un bisogno, si finisce spesso per mettere le persone a servizio della macchina organizzativa. Che non di rado dipende dalla personalità del progettista, ovvero dal leader della comunità, il parroco, l’autore della dichiarazione di intenti. Come un buon direttore d’orchestra, il parroco di turno seleziona i musicisti, consegna loro la partitura e verifica che tutti la rispettino esattamente per il buon esito del brano. La pastorale dei processi, invece, è generativa. Suscita, orienta e nutre, dentro un contesto vivo di relazioni, di convinzioni personali in sviluppo, di ritmi diversi di maturazione. Si serve di discepoli che un po’ alla volta, e di continuo, si lasciano conquistare da Gesù e si fanno apostoli, testimoni, missionari. Non è una Chiesa di convocazione, ma una Chiesa in uscita. La Comunità è lo spazio in cui coloro che hanno incontrato Cristo si incontrano come fratelli tra di loro, per camminare insieme alla sua presenza. La parrocchia suona come un pezzo di jazz, nel quale chi dà il ritmo aiuta a far risaltare la performance individuale di ciascuno in armonia.

Il linguaggio dei progetti è dottrinale: è costruito sulla base di una certezza, un insegnamento del quale ci si sente detentori e che si deve trasmettere. Il cammino di iniziazione serve appunto per la consegna di questo bagaglio di fede ai più piccoli della comunità, e la celebrazione dei sacramenti sancisce la conclusione di una consegna avvenuta. Ultimamente mi tocca dire ai bambini nel giorno della loro prima Comunione che possono ricevere anche la seconda, e la terza e così via. Il linguaggio dei processi, invece, è profetico: la Comunità si mette in ascolto del presente per cogliere i passi di Dio e saper leggere i propri passi con lui verso l’orizzonte. Il cammino di iniziazione introduce ad una logica sacramentale attraverso la quale il Signore nutre e indirizza la storia dei suoi figli, passo dopo passo.

L’attenzione ai progetti corre il rischio del clericalismo, dove il parroco è il fulcro di ogni attività e dove c’è bisogno di collaboratori compiacenti. Le parrocchie nei decenni si sono arricchite di un’infinità di strutture e di edifici adatti ai vari servizi, e si sono poste come il centro unico di ogni attività pastorale.  Al parroco, in quanto legale rappresentante, compete anche la gestione delle strutture: sento molti che lamentano di sentirsi qualche volta più manager che pastori. L’attenzione ai processi, invece, valorizza la partecipazione battesimale, nella quale i talenti di ciascuno servono al bene di tutti. È capace di valorizzare tutti gli ambienti di vita come ambienti di fede, a partire dalla casa. L’abitazione è probabilmente la sede più importante in cui la fede possa impastarsi con la vita e renderla feconda. Non meno importante la chiesa parrocchiale, da riconoscere come il luogo di incontro dell’assemblea liturgica, presieduta dal presbitero a servizio dei carismi e dei ministeri.

Rileggo un passo del Vangelo di Marco (4,26-29): “Gesù diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura»”. Adesso mi pare di capire meglio il senso di queste parole.

I giorni ad Ars sono finiti, e torniamo a casa. Conosco bene la strada da fare per tornare a Verona, ma non ho la stessa sicurezza sui prossimi passi pastorali da compiere. Aver chiarito le differenti impostazioni di progetto e di processo mi ha dato qualche chiave di lettura interessante. Mi pare che tra queste due impostazioni non ci sia lo stesso confine che tra il bene e il male: le esperienze pastorali che abbiamo portato avanti in questi anni hanno certamente costruito qualcosa di buono, ma non ho nostalgia. Abbiamo affrontato tante fatiche, e intuisco che le sfide non siano finite: mi anima la speranza che il cammino sia più fecondo. Spero di ritrovarmi in comunità più vive e più radicate nella fede, anche se probabilmente più piccole. Mi rasserena soprattutto la consapevolezza di dover smettere i panni del seminatore, perché Colui che semina è un altro. E lasciando al Signore questo incarico vitale, mi posso mettere di lato e contribuire con la mia vita alla sua opera, che procede non di rado su terreni inaspettati, sempre nuova e sempre incantevole. Ecco la mia conversione, che mi chiede ancora coraggio e audacia. Nel frattempo, mentre guido lascio dormire tranquillamente i miei passeggeri, che in questi giorni ho conosciuto meglio e apprezzato. Non serve che adesso siano svegli: so che lo saranno quando ci incontreremo nelle prossime settimane per continuare insieme questo cammino. Mi ritrovo nel tratto buio del Frejus: di là c’è l’Italia, la nostra vita. Forse perché il mio cuore è più aperto ed abitato dalla gioia, di fatto il tunnel questa volta mi passa più in fretta.

Di seguito due schemi che sintetizzano il lavoro di riflessione avvenuto ad Ars.

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