Esplorare nuovi territori pastorali

UNO STILE PER LIBERARE IL CAMBIAMENTO

Don Piero Mandruzzato

Accogliamo il contributo di don Piero Mandruzzato, Direttore di Caritas Diocesana Adria-Rovigo, che a partire da un percorso etimologico legato al significato del termine «esplorare» condivide alcuni orientamenti di stile utili a ripensare l’azione pastorale in un cambiamento d’epoca.

«Erano i giorni delle primizie dell’uva», dice la Bibbia, quando parte il gruppo degli esploratori. Erano più o meno uno per tribù. Era già da un po’ che la carovana di Israele era arrivata nel deserto di Kades e vi aveva piantato le tende. La Terra della promessa era proprio lì a portata di mano. Mosè deve aver pensato che fosse più prudente mandare qualcuno a vedere: vedere che gente vi abitasse, se tanti o pochi, se robusti o meschini; se abitassero anche loro nelle tende o in città fortificate; se la terra fosse buona o cattiva, se vi crescessero alberi o no. Magari potevano portare da quella terra qualcosa, qualche frutto. Ma dovevano essere coraggiosi, non farsi prendere dalla paura.

Anch’io sono stato esploratore, ma in termini molto più modesti: un capo scout, di quelli senza nessun senso dell’orientamento e senza molta stoffa da uomo dei boschi. Ma, indipendentemente dall’indole del capo, prudenza voleva che – prima di affrontare una route, i campi mobili con i ragazzi più grandi – si andasse a vedere com’erano i sentieri, i luoghi di sosta, i dislivelli e altre cose non trascurabili perché il percorso non si trasformasse in una via crucis. La strada avrebbe comunque riservato delle esperienze impreviste, e pure faticose, ma era importante che alcuni aspetti-chiave fossero già stati incontrati e valutati almeno da qualcuno.

Può questo “andare avanti a vedere” avere senso anche per affrontare le vie della pastorale?

DA DOVE ARRIVANO LE PAROLE

Forse, oltre alle narrazioni, ci può ispirare anche l’etimologia: in un certo senso è “andare indietro a vedere” da dove arrivano le parole.

La parola «route» in francese è documentata per la prima volta nel secolo XIII. Deriva da una forma tardiva del verbo latino «rumpere»: (via) rupta, cioè strada aperta fra gli ostacoli, mediante abbattimento di piante, rimozione di macigni e altri impedimenti. Dunque route significa una strada in cui ci si apre il passaggio con tenacia e con fatica. D’altra parte, in italiano, ha la stessa origine il termine «rotta», che indica però la direzione giusta da seguire se si vuol giungere alla meta. Infatti è la meta che dà senso alla strada. Ma per mantenere la rotta, sia per terra sia per mare, fra venti contrari e boschi intricati, è certamente necessario superare ostacoli e difficoltà.

Per quanto il cammino delle comunità cristiane sia cammino di fiducia, credo che nessuno sia risparmiato dalla paura di sbagliare: quando una strada non si mostra piana, quando l’esplorazione fa già vedere ostacoli da superare, siamo assaliti dal dubbio che non sia la strada giusta, che la fatica che essa chiederà non valga quanto la meta possibile. E, dato che alla lunga restare fermi genera ansia, spesso prevale una disinvolta retrocessione alle modalità già ben conosciute – ahimè, anche già superate dalla storia e logore.

In un bellissimo libro (Robert McFarlane, Le antiche vie – Un elogio del camminare) si mostra invece come, nella storia della lingua, sia profondamente radicato il rapporto tra il camminare e il pensare: la pista, che parte dal verbo inglese to learn, nel senso di «apprendere», risale fino all’antico inglese leornian, «sapere», «essere istruito»; da leornian il sentiero conduce ancor più indietro nel tempo, fino al termine liznojan, che ha per significato base «seguire o individuare una traccia» (dal prefisso protoindoeuropeo leis-, che significa «impronta»). «Apprendere», perciò, significa – in origine e conseguentemente – «seguire una traccia».

Davanti a questo profondo legame tra il camminare e l’imparare, come sono colte le nostre comunità? Hanno la disponibilità di cercare, dentro questo nostro presente così disorientato, le tracce di una direzione possibile? Hanno l’umile passione di imparare a farlo, accettando che il mondo futuro appartenga solo a chi resta in stato di apprendimento?

TRACCE DI UNO STILE PASTORALE

Colte anche queste suggestioni dall’etimologia, provo a tornare alla domanda: può questo “andare avanti a vedere” avere senso anche per affrontare le vie della pastorale?

1. Ad esplorare si manda solo qualcuno, un po’ scelto: questa idea mi sembra interessante. Molte delle nostre esperienze pastorali sono lente – quando non bloccate – forse perché sembra che a muoversi in avanti si debba procedere solo in massa: il gregge deve procedere insieme. Forse non lo facciamo solo per un fervoroso senso di unità, ma anche perché non abbiamo mai sviluppato veramente una cura per il discernimento sui singoli: sui loro doni, le loro intuizioni, le loro risorse – e per analogia potremmo dire lo stesso anche per singoli gruppi, singole parrocchie della diocesi… Forse adesso stiamo faticando a coinvolgere persone nuove anche perché quelle che erano portatrici di novità – in forza della loro originalità spirituale e umana – non le abbiamo mai messe a fuoco. Forse è tempo di individuare i nostri esploratori di qualità: almeno una persona in ogni “tribù d’Israele” potrebbe già avere in mano qualcuna delle primizie di quella chiesa nuova che sta attendendoci.

2. Non si può “mandare avanti” chiunque: servono persone coraggiose. Sappiamo come procede, quel racconto sugli esploratori di Canaan: il popolo, messo al corrente da essi delle cose promettenti – i grappoli d’uva sotto i loro occhi, mai visti così enormi – e degli aspetti critici – le città grandi e fortificate – comincia a “vedere” solo le criticità, a brontolare, poi a protestare… E la paura – che è contagiosa come la lebbra – attacca anche gli stessi esploratori: «Abbiamo visto dei giganti! Davanti a quelli noi siamo come delle cavallette»… (cfr. Nm 13,33). Credo che, a dare coraggio davanti alle criticità prospettabili, serva una visione, la più condivisa possibile, condivisa e costruita in primis con “gli esploratori”…

3. Questa visione è frutto di un apprendimento e genera, a sua volta, nuovi apprendimenti, in una rivalutazione continua del cammino: nella mia piccola parrocchia, l’evoluzione coraggiosa della proposta di iniziazione cristiana non sarebbe mai partita senza un gruppo “esploratore” di catechisti disposti ad imparare: imparare a leggere la realtà, le “tracce” di realtà che raccoglievamo e ricche di possibili ambiguità; apprendere un sogno di chiesa che ci veniva consegnato dal Concilio e che aveva bisogno di essere ridisegnato con pazienza e tanta saggezza; imparare anche a “segnare” con un linguaggio nuovo i passaggi che man mano si aprivano davanti – ormai il “catechismo” è diventato “il tirocinio di vita cristiana”, ma troverà nuovi nomi ancora… Annoto anche che la disponibilità ad imparare si è rivelata essa stessa “naturalmente” selettiva degli esploratori: chi non ha condiviso il gusto di “seguire le tracce” si è spostato su altre posizioni di viaggio.

Avanti con l’esplorazione!

Dove i vecchi sentieri sono perduti, appare un nuovo paese meraviglioso

(Tagore, Gitanjali XXXVII).

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