Immaginare la pastorale

UNA METAFORA PER LIBERARE IL CAMBIAMENTO

Stefano Bucci

Nel nostro lavoro di accompagnamento incontriamo spesso responsabili di uffici pastorali, di unità o comunità pastorali, di istituti religiosi, con i quali condividiamo ‘metafore organizzative’ che provengono da mondi distanti da quello biblico, teologico o ecclesiale. A volte è opportuno lasciarsi ispirare da immagini e metafore apparentemente distanti per riconoscere la grazia che questo tempo ci dona.

Ogni tanto capita sentirsi dire: “La Chiesa non è un’azienda”, oppure: “La Chiesa non è una ONG. Lo ha detto anche il Papa”. Avviso da subito il lettore che chi scrive è profondamente convito di questo ed è inoltre consapevole del legame che esiste tra carisma e istituzione, dimensione spirituale e modelli di azione pastorale.

D’altra parte è innegabile che una manifestazione concreta di Chiesa, in una diocesi come in una comunità parrocchiale o pastorale, assuma sempre (implicitamente o no) la forma di una realtà organizzata. Per questo motivo, nell’alveo di un processo di discernimento, anche mondi apparentemente distanti dalla Chiesa possono divenire per essa metafora ispirativa per ripensarsi. In un certo senso lo aveva detto anche Gesù: “I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (Lc 16,8).

‘MORTE E RISURREZIONE’ DI UNA GRANDE AZIENDA

Nel 1997 la Apple giunse all’epilogo di una rovinosa crisi che la stava conducendo verso un sostanziale fallimento. Fu reintegrato ai vertici il fondatore, Steve Jobs, che con uno stile a dir poco discutibile unito a grandi doti di leadership riuscì a risollevarla. A partire dalla presa di coscienza che i prodotti dell’azienda non esercitavano alcun fascino sui consumatori Jobs avviò, insieme ad un team rinnovato di collaboratori, una serie di scelte che qui richiamo in modo sintetico riprendendo alcuni passaggi della sua biografia:

– «Alla Apple, avevamo dimenticato chi eravamo». La prima scelta andò nella direzione del riconnettersi con la propria originalità: una rimessa a fuoco della vision, cioè del senso profondo che avrebbe dovuto caratterizzare ogni scelta conseguente;

– «Decidere cosa non fare è tanto importante quanto decidere cosa fare». Questa seconda scelta si comprende concretamente da un episodio riportato nella biografia di Isaacson: “Jobs afferrò un pennarello, si avvicinò a grandi passi alla lavagna e tracciò una linea orizzontale e una verticale, dividendo lo spazio sottostante in quattro: ‘Ecco di cosa abbiamo bisogno’ proseguì. A intestazione delle due colonne, scrisse ‘Consumatore’ e ‘Professionale’; sulle due righe scrisse ‘Desktop’ e ‘Portatile’. Il loro compito, disse, era creare quattro grandi prodotti: uno per ciascun quadrante. ‘La stanza precipitò nel silenzio’”. Tecnicamente la scelta può essere descritta come una ‘focalizzazione’: individuare alcune priorità e investire le proprie risorse su ciò che è essenziale;

– «Esplorare la via della semplicità fino in fondo». Con la collaborazione di Jony Ive ritornò ad essere al centro dello stile dell’azienda una cura del design dei prodotti. I team di lavoro si trasformarono in piccoli gruppi di ‘ricerca e sviluppo’ concentrati sulla ricerca di una ‘bellezza semplice’, capace di conquistare e attrarre;

– «Think different». Pensare ad un’azione comunicativa efficace era fondamentale per intercettare l’interesse delle persone: la campagna ‘think different’ fu pensata per intercettare coloro che si percepivano come ‘fuori dagli schemi’ e desideravano ‘cambiare il mondo’. Per raggiungerle non importava tanto comunicare le caratteristiche tecniche del prodotto, ma il fatto che quel prodotto avrebbe reso possibile ciò che desideravano;

– «Bisogna trovare il modo di comunicare con i clienti». Un’ultima scelta importante fu orientata ad attivare un processo di ‘grande distribuzione’: gli Apple Store furono inventati con la precisa intenzione di raggiungere il cliente e accompagnarlo a vivere un’esperienza. Perciò al loro interno non furono organizzati in base ai prodotti ma in base a ciò che la gente poteva fare con essi. Tutto fu organizzato in base a ‘quello che la gente faceva’. Ad esempio se una persona era interessata alla musica trovava in una stessa area tutti i prodotti che potevano fargli vivere quella esperienza.

APPUNTI PER IMMAGINARE LA PASTORALE

Le scelte descritte hanno una forte carica ispirativa anche per il mondo pastorale, non solo per pensare a ‘cosa fare’ dopo la crisi generata dall’impatto emergenziale della pandemia, ma per ricentrarsi su un nuovo paradigma, liberando energie e dinamiche evangeliche nuove capaci di rendere maggiormente generative le nostre chiese locali. Di seguito richiamo alcune possibili analogie con le scelte che hanno caratterizzato il processo di ‘morte e risurrezione’ della Apple intravedendo in esse possibili processi pastorali che oggi sembra opportuno attivare in molti contesti ecclesiali:

‘Rimettere a fuoco la visione’ significa avviare processi di discernimento e conversione personale e comunitaria che non possono lasciare le cose come stanno. Comporta la scelta forte dei singoli e delle comunità di investire risorse in una riconnessione vitale con il Vangelo che implica un tempo dedicato e la consapevolezza di essere di fronte ad una priorità. In altre parole c’è bisogno di un tempo dedicato e di esperienze che favoriscano una riconnessione con la propria originalità;

– Riconnettersi con la propria origine porta naturalmente ad una focalizzazione, cioè ad una potatura di tutte quelle attività o strutture che non servono più. Un processo di purificazione e liberazione da tutto ciò che risulta inefficace a perseguire la visione. Questa scelta richiede il coraggio di abbandonare con decisione molte delle attività pastorali in corso per lasciare spazio al nuovo, ma soprattutto consiste in una scelta di ‘abbandono confidente allo Spirito’, che a volte non trova spazio nelle agende piene dei sacerdoti e degli operatori pastorali;

– Per fare ciò occorre concentrarsi su poche priorità e sperimentare nello stile della ricerca e dello sviluppo, con semplicità e senza paura di sbagliare, tenendo sempre a riferimento quei ‘criteri’ che derivano da una visione rinnovata e verificando attraverso di essi la ‘bellezza’ di ciò che si sperimenta;

– Infine, occorre orientare ogni scelta all’esperienza di vita delle persone e non alle proprie esigenze di autopreservazione o ai ‘ propri prodotti’, facendo sì che l’esperienza della salvezza in Gesù Cristo possa intercettare davvero la vita concreta, con i suoi ritmi e i suoi modelli. Se una semplice azienda per ‘vendere un prodotto’ ha ripensato profondamente nella forma e nell’approccio i suoi negozi, tanto più la Chiesa che desidera ‘testimoniare il Vangelo’ è chiamata oggi a ripensare profondamente le sue parrocchie.

TRACCE DI UN FUTURO POSSIBILE

Un esercizio di immaginazione a partire da questa inconsueta ‘metafora pasquale’ non sarà sufficiente a fronteggiare le crisi del presente pastorale, ma potrà contribuire a sognare e a riconoscere le tracce di un futuro possibile che qui brevemente inizio a descrivere.

Immaginiamo Curie, Uffici e Centri Pastorali non più schiacciati sul mantenere l’esistente, ma impegnati con coraggio a tagliare ciò che oggi non ha più ‘sapore di Vangelo’ investendo sul nuovo a partire da un sogno condiviso.

Comunità capaci di trasformarsi in una rete di ‘team di ricerca e sviluppo’ dediti a sperimentare nuove esperienze pastorali senza la paura della gerarchia (ma insieme ad essa) e la lentezza della burocrazia (ma con semplicità).

Reti di persone che attraverso la libertà di sbagliare e saper ripartire divengono belle ed attraenti, capaci di accompagnare altri a vivere l’esperienza di Gesù Cristo e la salvezza del suo Vangelo.

Nuove esperienze di Chiesa che intercettano la vita ordinaria e gli interessi delle persone e da esse si lasciano convertire per scoprire che già lì lo Spirito sta operando e precede i discepoli per predisporre un tempo favorevole al Vangelo.

Immaginare è gratis: come la grazia di Dio che sospinge con forza la Chiesa in questa nuova stagione dell’umanità.

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