“In quello stesso giorno…”

LIBERARE IL CAMBIAMENTO PASTORALE

Centro Studi Missione Emmaus


“In quello stesso giorno”, ovvero oggi, si può stare riparati o mettersi su nuovi tracciati, ripassare risposte o interrogarsi, cercare l’equilibrio e la padronanza o lasciarsi sbilanciare, voler ‘salvare la stessa vita pastorale di sempre’ oppure perderla per ritrovarne una nuova.

Forse avevano ragione loro a mettersi in cammino e uscire da Gerusalemme, non quelli che stavano chiusi e spaventati nel Cenacolo.
Erano due di loro, due del gruppo ristretto, due che avevano seguito Gesù nella sua missione. Due che fanno una scelta discutibile ai nostri occhi: lasciano il gruppo e se ne escono dalla città, ma non una città qualsiasi, stiamo parlando della grande Gerusalemme. Della città dove tutti convergono, della città verso la quale sempre si sale, dove i passi del pellegrino trovano pace e gioia.

Forse quei due non stavano andandosene, non stavano minacciando l’unità del gruppo dei discepoli ma cercavano risposte e strade diverse rispetto alla sicurezza che dava loro il restare fermi, immobili, chiusi tra mura amiche.
Forse avevano ragione loro a rischiare il confronto con uno sconosciuto lungo la strada che non cercare consolazione tra persone note.
Arrabbiati, delusi, stanchi, insoddisfatti… in una parola irrequieti. Non ci stanno! I conti non tornano. Sono anche stanchi di starsene chiusi per paura di ripercussioni, per serrare le fila e aspettare che tutto passi.

Forse sarebbe toccato proprio a loro, piccola minoranza, il compito di scaldare a loro volta il cuore della maggioranza.
Forse è per questo loro interrogarsi nonostante tutto che il Risorto ha trovato più interessante mettersi al loro fianco prima di apparire a chi attendeva passivo e incerto.
Nelle nostre catechesi li guardiamo sempre con la dovuta distanza, come si tratta chi tradisce, chi non fa memoria del passato, chi non comprende fino in fondo come stanno le cose. Valutiamo con gioia il loro ritorno a Gerusalemme senza apprezzare anzi giudicando la loro uscita dalla città. Con commiserazione li consideriamo come ‘due poveri sbandati’, che alla fine ritornano con la coda tra le gambe.

Prima di tornare a Gerusalemme occorre uscire per Emmaus; prima di ricevere conferme servono le domande; prima del bisogno di sicurezza viene il desiderio di libertà e leggerezza.

“In quello stesso giorno”, ovvero oggi, siamo di fronte a queste scelte. Assestarsi ad intra, curare relazioni interne in nome della stabilità, del controllo, della sicurezza. Uscire non tanto per convertire ma per convertirsi.

In questo stesso giorno, questo incredibile e inaspettato tempo di grazia che ci avvolge, ogni Diocesi, ufficio pastorale, vertice di congregazione, comunità cristiana può scegliere se proteggersi nel proprio cenacolo o mettersi in cammino, anche se tristi e perplessi, arrabbiati o delusi, pur in tempi, luoghi e modalità impreviste e improbabili: se ‘aspettare’ Gesù o ‘fare la strada’ in attesa che ci affianchi proprio lui.


COME RI-PARTIRE

Il contesto della ‘ripartenza’ pastorale, che in questi giorni coinvolge molte diocesi italiane, presenta non pochi sintomi di ‘affanno’ legati alla rimessa in moto di una enorme macchina organizzativa (catechismo, eventi, attività, …) forse non più adeguata a percorrere le nuove strade del presente. È possibile pensare ad una ripartenza senza affanni? Cogliere il tempo presente come una preziosa opportunità di cambiamento creativo? La novità sta solo nell’avere imparato a tradurre la pastorale da in presenza a remoto?

La difficoltà da parte di molti sacerdoti e laici nel fare proprie le indicazioni di ripensamento delle prassi pastorali che stanno arrivando da alcuni uffici, mostra quanto sia faticoso riflettere sul nuovo e vederlo restando dentro il proprio schema di partenza. Tutti i dubbi e le domande emergono non dalla realtà che è fuori ma dalle logiche, dai linguaggi e dai bisogni della realtà chiusa in se stessa. La Chiesa in uscita è forse la Chiesa che trova il coraggio forse irriverente dei due di Emmaus per lasciare la casa. Uscire dal lockdown pastorale che rischia di non farci prendere consapevolezza che solo varcando la porta c’è ancora vita. Ma non una porta per entrare o far entrare, una porta per uscire.

Come Centro Studi Missione Emmaus, accompagnando uffici e centri pastorali, curie, presbiteri, unità e comunità pastorali, ci siamo trovati in questi ultimi mesi a seguire fasi di ripartenza, a fianco di quelle realtà ecclesiali che hanno intuito e scelto di avviare un percorso di cambiamento, avendo più domande che risposte, accettando di ‘perdere’ per ‘non perdersi’.

Alla luce di questa esperienza desideriamo condividere e proporre alcuni strumenti di riflessione e lavoro, semplici e piccoli ‘segni’ in grado di essere lievito di un cambiamento pastorale più grande. ‘Segni concreti’ da attivare per ‘liberare il cambiamento’, nella direzione di un affidamento sincero allo Spirito operante anche in questo tempo.  

Di fronte a degli impedimenti, a degli handicap fisici, psichici e spirituali, Gesù ridona la libertà essere e di agire in modo nuovo. Compie segni miracolosi per rimuove quell’elemento che rende immobile la persona, dandogli la possibilità di riscattarsi e riscoprire la sua dignità piena di vivente. Lungo le strade non chiama a seguirlo ma è Lui che si sente chiamato verso ciascuno nell’atto di liberare.

Presentiamo sette porte, porte non per entrare ma per uscire dalla nostra ‘Gerusalemme’, per attraversare le vie affascinanti del Regno. Per esperienza acquisita in questi anni, accompagnando comunità e gruppi nell’attraversare queste porte, la sfida è grande e non senza tensioni, ma allo stesso tempo bella perché chi l’accoglie sente di poter respirare di nuovo, riassume una vista diversa, ritrova il desiderio dei passi, dell’essere nuovi per un fare nuove tutte le cose.

7 PORTE PER USCIRE DA GERUSALEMME

La porta della leggerezza – LIBERARE LA PARROCCHIA

Un cammino di discernimento comunitario per ripensare alla luce del metodo Missione Emmaus il modello di parrocchia e/o di unità pastorale. Uscire da una divisione per ambiti, da un’appartenenza di carattere operativo, dalla frustrazione di dover rispondere ad aspettative e bisogni invece di incamminarsi verso un sogno condiviso.

La porta delle parole – LIBERARE LE NARRAZIONI

Un laboratorio pastorale per uscire da parole, linguaggi, immagini non più significativi e generativi, per dire bene il bene, per far sì che le nostre parole consentano alla Parola di aprire i cuori, le menti e la volontà di chi ascolta e si attende ragioni per credere e sperare.

La porta della fraternità missionaria – LIBERARE LE COMUNITA’

Un cammino di discernimento personale e comunitario per uscire da alcuni luoghi comuni sulla vita di comunità nella vita religiosa, per non scadere nelle eresie dello gnosticismo e del pelagianesimo, ma generare a partire dalla rilettura del carisma nell’oggi la forza di una nuova spinta missionaria.

La porta dell’innovazione generativa – LIBERARE LE CURIE E GLI UFFICI PASTORALI

Un accompagnamento di direttori, dipendenti e collaboratori, per uscire da un modello organizzativo autoreferenziale, che non riesce anche volendo a mettere in atto una piena pastorale d’insieme e un servizio di prossimità e di crescita del territorio.

La porta del ministero – LIBERARE IL SACERDOTE

Un atelier formativo per gruppi di sacerdoti, per rileggere in profondità il loro ruolo in questo tempo caratterizzato da un cambio d’epoca. Uscire da alcune attese, aspettative, richieste, modelli e consuetudini che appesantiscono e impediscono di vivere in pienezza il proprio ministero.

La porta delle ministerialità – LIBERARE I TALENTI

Un laboratorio pastorale rivolto a ministri ordinati e laiche e laici, per uscire da un presente che vede questi ultimi come semplici collaboratori. Uscire per ripensare profondamente i modelli comunitari, relazionali, organizzativi, a partire da una nuova visione di Chiesa e dai talenti che la grazia ha donato a ciascuno.

La porta della sostenibilità – LIBERARE IL DONO

Un laboratorio pastorale per uscire dalla autosufficienza organizzativa, così come dal disagio per chi opera nella Chiesa nel chiedere, nel parlare di denaro e di beni. Allo stesso tempo passare da una logica di riduzione di costo ad una visione di incremento di valore, concepire un bene non come un peso ma un’opportunità. Il corso vuole ristabilire il valore della gratuità che non è il gratis, del dono come forma di partecipazione ad una visione di Chiesa attraente e liberante.

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