Una Chiesa mossa dal dinamismo del Battesimo

VERSO UNA MINISTERIALITA’ ANTIFRAGILE

Stefano Bucci

La prospettiva antifragile costituisce una chiave di lettura che favorisce il riconoscimento, l’interpretazione e la scelta di nuovi modelli ecclesiali e di prassi pastorali adeguate ad un contesto incerto e in continuo cambiamento come quello attuale. L’intento di questo articolo consiste nel mettere in luce alcuni possibili ostacoli e alcune caratteristiche necessarie per uno sviluppo in senso antifragile della ministerialità ecclesiale. In altre parole si cercherà di mettere in luce quelle condizioni che permetteranno alla dimensione ministeriale della Chiesa di trarre beneficio e di trovare efficacia a partire dall’incertezza attuale facendo sì che l’azione pastorale possa ritrovare una nuova linfa evangelica di vitale importanza.

UNA NECESSARIA PREMESSA

Parlare di ministerialità apre un ambito di riflessione teologico e pastorale di grande portata. Non è nelle intenzioni di questo scritto entrare in un dibattito aperto con le diverse discipline che hanno contribuito a delineare i contorni degli uffici, dei ministeri o dei servizi ecclesiali.

Gli ostacoli e le caratteristiche che saranno descritti faranno riferimento ad una ministerialità intesa a tutto tondo, che includa perciò il ministero ordinato, i ministeri istituiti, i ministeri che vengono esercitati per mandato della gerarchia e i ministeri esercitati a partire dalla vocazione battesimale.

Qualsiasi tipologia e forma di ministerialità può essere riletta alla luce dell’antifragilità. Lo sguardo antifragile contribuirà a mettere in luce soltanto ciò che oggi può essere più efficace in un contesto segnato da crisi, incertezza e cambiamento. Le categorie su cui si farà leva non saranno “giusto” o “sbagliato”, ma “adeguato” e “non adeguato” in questo preciso momento storico. In questo senso, parlare di ministerialità significa riferirsi precisamente alla “risposta a un dono di Dio”: accoglienza di un dono e impegno per attuare la responsabilità che ne deriva. Tutto il resto rischierebbe di complicare le cose e di portarci in un ginepraio di distinzioni di scarsa rilevanza per la realtà ecclesiale attuale.

UN FONDAMENTO ANTIFRAGILE

Il Vaticano II ha fatto compiere alla riflessione teologica e alla prassi pastorale un decisivo salto di qualità recuperando quei fondamenti originari rimasti per molto tempo sotto le ceneri delle consuetudini. I principi della comunione e della missione, come due fuochi dell’ellissi del mistero della Chiesa, sono stati ricollocati adeguatamente al loro posto e hanno fatto sì che potessero prendere vita nuove forme di dinamismi evangelici tra i quali la ministerialità stessa.

Il fondamento della ministerialità è stato ricondotto per molto tempo al sacramento dell’ordine. Questo ha portato ad alcune chiusure o riduzioni che verranno in parte descritte tra gli ostacoli ad una ministerialità antifragile. La partecipazione al dono della vita divina in Cristo e al suo triplice “munus” (profetico, sacerdotale, regale) non è infatti mediata in modo esclusivo dai ministri ordinati, ma è consegnata ad ogni persona battezzata.

È il battesimo che fonda la ministerialità: accogliere il dono della vita nuova e impegnarsi per condividerlo con gli altri non è un’esperienza riservata a pochi eletti, ma dono e responsabilità di tutto il Popolo di Dio. Questo fondamento è antifragile: un dinamismo, il battesimo, che conferisce un’energia che nasce da una morte e conduce ad una risurrezione; un dono che viene incontro alla personale fragilità e la trasfigura – inserendole in una rete di relazioni ecclesiali – in un Popolo antifragile. In altre parole, un Popolo che non si definisce a partire da un territorio o da una serie di valori o di regole, ma che cresce e si edifica attraverso una storia comune, che molto spesso nasce da una ferita.

COSA PUO’ OSTACOLARE LA CRESCITA DI UNA MINISTERIALITA’ ANTIFRAGILE

Ci sono tre ostacoli che possono ostacolare lo sviluppo di una ministerialità antifragile nella Chiesa secondo la prospettiva delineata.

Il primo consiste in una separazione tra il sacro e il profano, tra ciò che è materiale ciò che è spirituale. Nell’incarnazione Gesù ha abbattuto il muro di separazione che impediva all’uomo di incontrare Dio. Ma questa esperienza non è stata adeguatamente assimilata e tradotta concretamente nella vita della Chiesa. Per molto tempo si è continuato ad indirizzare l’operato del ministero sacro verso la gestione delle cose della Chiesa, mentre quello dei laici avrebbe dovuto riguardare la vita nel Mondo. Ma effettivamente non esiste una separazione tra queste due sfere, non è reale la separazione tra le cose materiali e le cose spirituali: tutto ciò che mi avvicina a Dio, che mi parla di Dio, che mi consegna Dio – che è Amore – possiede un carattere spirituale. In Gesù Cristo c’è una profonda unità del reale. Pensare ed agire in modo separato non può che ostacolare lo sviluppo di una ministerialità vissuta in senso antifragile, in quanto isola la fragilità umana.

Il secondo ostacolo, legato a quello appena descritto, fa sì che si sviluppi una ministerialità “ristretta”, ovvero che prendano vita ministerialità settorializzate o per ambiti. Così chi vive un ministero della Chiesa si occupa di una serie di cose ben delimitate, ma rischia di perdere il senso di appartenenza al Popolo di Dio o la visione condivisa che motiva nel profondo il pensiero e l’azione della Chiesa stessa. Questo concretamente porta a far sì che si sviluppi un’azione di collaborazione o di delega, ma che si perda quello stile d’insieme che prende il nome di corresponsabilità. Avviene come una scissione tra il medesimo dono ricevuto – il Battesimo – e la risposta che consegue come impegno e responsabilità. La tensione vitale del mistero della Chiesa, che si origina nella correlazione tra comunione e missione, viene depotenziata togliendo efficacia all’azione generativa della comunità cristiana.

Il terzo ostacolo crea le condizioni per uno schiacciamento funzionale della ministerialità e la riduce ad un’azione sterile separandola dal dono che la origina. Abbiamo già detto che il fondamento di una ministerialità antifragile è il dono anch’esso antifragile del battesimo, che inserisce la fragilità del singolo in un nuovo Popolo. Il battesimo inserisce nel triplice “munus” di Cristo: profetico, sacerdotale e regale. Ciò non significa soltanto che l’identità e la forma del servizio ministeriale debba configurarsi secondo la classica tripartizione dell’annuncio, della celebrazione e della carità pastorale. Questa triplice scansione non definisce soltanto l’impegno di un battezzato o, in altre parole, la sua missione. Piuttosto descrive tre caratteri o sfaccettature del dono ricevuto nel battesimo. Limitare a questa tripartizione la missione del battezzato, perdendo di vista il dono ricevuto, porta ad una funzionalizzazione o ad uno schiacciamento sul ruolo che esplicita una ministerialità e la rende fragile. Si cambia il ruolo, si cambia il servizio o il “cosa si fa” e viene inficiata l’identità cristiana stessa della persona.

RIPARTIRE DAL LAGO DI GALILEA

Dopo aver messo in luce il fondamento e gli ostacoli relativi ad una ministerialità antifragile propongo di far emergere alcune caratteristiche che la definiscono a partire da un’immagine biblica non usuale in questo ambito. Solitamente, infatti, per parlare di ministero ecclesiale si utilizzano le immagini bibliche che si riferiscono ai “munus” di Cristo: il profeta, il sacerdote e il pastore. La mia proposta è quella di ripartire dalle sponde del Lago di Galilea, lì dove il Signore ha chiamato a sé i suoi primi discepoli, “pescatori”, mettendo in luce attraverso questa metafora i tratti di una ministerialità antifragile.

I primi tratti fanno riferimento all’esperienza di “vocazione” dei discepoli di Gesù. Questa vicenda evidenzia il fatto che la vita cristiana ha origine e si sviluppa in un contesto di ordinarietà. Non negli eventi straordinari, non nei programmi strategici, ma nella semplice naturalezza della vita. La vocazione, inoltre, non sopprime l’umanità dei discepoli, ma gli dona un senso nuovo e la porta a compimento.

Gesù chiama i discepoli ad essere “pescatori di uomini” (Lc 5,10). Ogni persona ha una storia e una serie di talenti che sono doni innati e la distinguono dalle altre. C’è una diversità e una originalità di ciascuno che la vocazione non sopprime. Ancora, tutto si svolge all’inizio al di fuori dei ruoli: in principio non ci sono dei ruoli istituzionalizzati nella cerchia dei primi discepoli, ma ci sono fratelli, sorelle, padri, madri e relazioni che restano tali e si caratterizzano per la loro risposta positiva ad essere discepoli: “lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,11).

L’esperienza vocazionale del Lago di Galilea è utile a cogliere una serie di primi tratti che delineano una ministerialità antifragile: una risposta a un dono che si attua nell’ordinarietà della vita, con semplicità, che valorizza la personale storia e il proprio talento, che non snatura l’originalità di ciascuno incasellando la persona in uno schema rigido istituzionalizzato, ma che chiama a prendersi cura in primo luogo di quella che oggi chiameremo dimensione battesimale (o sacerdozio battesimale): in definitiva prima di ogni altra cosa … discepoli.

Un’altra serie di tratti di ministerialità antifragile riguardano più da vicino la dimensione della “comunione” e fondano una spiritualità necessaria per la testimonianza evangelica. Gesù in primo luogo chiede aiuto a Simone e sale sulla sua barca (Lc 5,3). Entra nella sua dimensione di vita. Poi chiama i suoi fratelli, i suoi parenti, i suoi amici. Successivamente entrerà nella sua casa (Mt 8,14). La stragrande maggioranza della vita di Gesù con i suoi discepoli sarà nelle case. Non nei luoghi istituzionali, non nel tempio, ma nelle case. C’è una dimensione domestica della fede cristiana che fa sì che il tessuto dei discepoli (ecclesiale) si costituisca più per piccoli gruppi che in grandi folle.

Una rete: una ministerialità antifragile deve essere per forza una ministerialità in rete, favorendo figure di “giuntura”, umili, capaci di instaurare relazioni buon e significative, appassionate al Vangelo; una ministerialità che si configuri per sostenere questa stessa “rete antifragile” fatta di tante fragilità unite, unendo le singole case ma non eliminandole attraverso la forzatura di un unico luogo istituzionale; una ministerialità che non si occupi di un solo ambito ristretto e chiuso, ma che favorisca pensieri, reti e prassi di corresponsabilità.

Un’ultima serie di tratti di ministerialità antifragile orienta la dimensione della “missione” della Chiesa e risponde in qualche modo alla domanda: su quale priorità deve concentrarsi oggi la testimonianza evangelica missionaria della comunità cristiana? La missione di Pietro e la sua vicenda di discepolo prendono vita dalla Parola di Gesù (Lc 5,5).

Sulle sponde del Lago poi i discepoli condivideranno il pasto con il Risorto (Gv 21), ma solo dopo aver vissuto un lungo cammino di conversione iniziato esso stesso sulle sponde del Lago (Lc 5,8). In una situazione di incertezza e in continuo cambiamento, come quella degli inizi e come quella che oggi si sta ripresentando, c’è bisogno di ministerialità che sappiano rimettere al centro la Parola, valorizzando al meglio la dimensione dell’annuncio. Inoltre è interessante vedere come Gesù operi il mandato dei suoi discepoli: dopo il fallimento della crocifissione e dopo aver sperimentato il fallimento della loro fede non li invita a fare un corso di specializzazione ma li invia. Gli chiede di sperimentare. Di riappropriarsi dell’esperienza vissuta.

Gesù non ha paura degli errori, ma degli schemi mortiferi dei farisei incasellati nel loro mondo di norme. Anche questo stile di libertà dovrà caratterizzare nuove ministerialità antifragili, che potranno contribuire dal basso a far crescere una nuova generazione di discepoli capaci di trasfigurare il volto delle comunità cristiane in modo adeguato rispetto a questo tempo.

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